La rivincita dei Rossi

Thailandia Il 28 novembre scorso, “La Thailandia verso la guerra civile?”, commentavamo dei disordini che paralizzarono la Thailandia, inscenati dai “Gialli”, ovvero dal monarchico e reazionario PAD (Alleanza Democratica del Popolo). I “Gialli”, notoriamente sostenuti dal Re, dalla vecchia consorteria di feudatari e anzitutto dai corrotti vertici dell’Esercito, chiedevano le dimissioni del primo ministro, Samak Sundaravej, colpevole non solo di aver vinto le elezioni grazie ai voti della povera gente ma di essere seguace di Thaksin Shinawatra, il leader populista destituito dai militari con un colpo di Stato il 19 settembre del 2006, con contestuale scioglimento del suo partito, il Thai Rak Thai.

 

Alla fine i “Gialli” la spuntarono, ottenendo, grazie ad una scandalosa sentenza della Corte Costituzionale (puntellata dall’appoggio dell’Esercito), e ad un non meno curioso ribaltone parlamentare, le dimissioni del primo ministro. Al suo posto, il 15 dicembre, i militari misero un loro fantoccio: Abhisit Vejjajiva, esponente del PAD. Si trattò dell’ennesimo colpo di stato nella recente storia thailandese, per quanto incruento. I “Rossi”, superato il primo momento di difficoltà si riorganizzarono dando vita, a partire dal 26 marzo, alle prime proteste popolari. La mobilitazione diventa vera e propria rivolta quando l’11 aprile, in occasione del previsto vertice dell’ASEAN a Pattaya, cresce fino ad obbligare il governo illegittimo ad annullare lo stesso vertice asiatico. Per tutta risposta il primo ministro, col sostegno dei comandi militari, il giorno seguente dichiara lo Stato d’emergenza a Bangkok e in altre province, nella speranza di spaventare l’opposizione e di obbligare i manifestanti accalcati sotto il palazzo del governo a tornare a casa. Quest’atto d’imperio ottenne invece l’effetto contrario portando, il 13 aprile, a disordini e a scontri violentissimi che causarono due morti e quasi duecento feriti, proprio a causa dell’intervento pesante dell’esercito. Secondo le opposizioni i morti sarebbero invece molti di più. Come innumerevoli sarebbero i feriti a causa del piombo usato dai militari.
Dopo gli scontri sanguinosi del 13 aprile l’ordine regna ora in Thailandia. Un ordine imposto dai militari, ma un ordine alquanto precario. Le opposizioni popolari hanno infatti dichiarato che continueranno a considerare illegittimo l’attuale governo e il suo primo ministro e non cesseranno le proteste fino a quando non saranno cacciati entrambi. Il 15 aprile si è scavato infatti un baratro, tra l’attuale governo che vorrebbe un sistema oligarchico, con il 70% dei parlamentari designato dal Re e solo il resto eletto democraticamente dai cittadini, nonché mantenere il paese nella sfera d’influenza americana; e le opposizioni, che difendono i diritti dei contadini e degli strati più umili della società e non nascondono il loro rifiuto della sudditanza verso l’impero americano.