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LO SPAVENTAPASSERI DI AL ZARKAWI

19. September 2004

Intervista ad un leader della Resistenza: “L´Iraq ਠcon noi, cacceremo gli invasori americani”

LO SPAVENTAPASSERI DI AL ZARKAWI

Intervista ad un leader della Resistenza:
“L´Iraq ਠcon noi, cacceremo gli invasori americani”

da La Stampa – 19 settembre 2004

Baghdad – La Resistenza irachena esce allo scoperto, e lo fa con un´intervista all´inviato della Stampa in Iraq. L`incontro, dopo mesi di contatti e rinvii, avviene in una villetta semicentrale di Baghdad. L´uomo, che si fa chiamare con il nome di battaglia Abu Moussa, non ਠarmato: dicono avesse ricoperto alti incarichi nell`esercito di Saddam, forse comanda la guerriglia a Baghdad o forse ne ਠautorevole portavoce. Verificarlo ਠimpossibile, perಠle cose che l`uomo senza nome rivela sono di estremo interesse. “Il nucleo della resistenza irachena – dice – ਠattivo dal 1998. Fu allora che il presidente Saddam, ritenendo ormai inevitabile una guerra, decise di creare una struttura segreta selezionando 15 mila uomini, i migliori elementi del “Baath” e la crema di esercito e corpi speciali “. Distingue la guerriglia dai terroristi: “Noi uccidiamo solo chi collabora con gli invasori. Quanti siamo? Ora un milione, forse di più: batteremo gli americani e li cacceremo dall´Iraq”

“Noi siamo la resistenza, non quelli che sequestrano e sgozzano”: l`iracheno, che si fa chiamare con il nome di battaglia di Abu Moussa e lancia questo messaggio, ਠun uomo di mezz`età  che ci sta parlando con tono tranquillo rivelando vicende straordinarie. Contatti trascinati per mesi d`un tratto sfociano nell` incontro, in questo momento colui che appare come il leader della guerriglia a Baghdad ha accettato l`intervista con tanta facilità  da far pensare all`inizio di una campagna mediatica.

Per ragioni ancora non del tutto chiare la resistenza irachena deve aver deciso di uscire allo scoperto: lo fa per distinguersi dalle bande di macellai che sommergono il Paese, ma anche perchਠprobabilmente si sente abbastanza forte e vuole ribadire una “leadership” che ਠgià  nei fatti. L`uomo che ci sta parlando in una villetta semicentrale di Baghdad non ਠarmato, anche se le camice a quadri o i “disdasha” dei suoi mostrano chiari rigonfiamenti ascellari: dicono avesse ricoperto alti incarichi nell`esercito di Saddam, forse comanda la resistenza a Baghdad o forse ne ਠautorevole portavoce, verificarlo ਠimpossibile, pero le cose che l`uomo senza nomਠrivela sono di estremo interesse.

Domanda iniziale: voi siete “la resistenza”, poi ci sono i terroristi islamici poi le bande di Al Qaeda poi i semplici banditi. Come si fa a distinguervi?

“Mi piacerebbe risponderle che ad un occidentale sarebbe più utile capire anzitutto cosa ci unisce. Pochi giorni dopo l`ingresso delle truppe americani a Baghdad mi trovavo in auto fermo ad un “check point”. E dinanzi alla mia era l`automobile di un commerciante molto noto, proprietario di una catena di pasticcerie che accompagnava il figlio e la sua fidanzata a fare acquisti in vista del matrimonio, un matrimonio rimandato a quando la guerra fosse finita. In un cassetto dell` auto aveva 15mila dollari, soldati volevano prenderli, i figlio tentಠdi protestare e per questo venne picchiato col calcio dei fucili, gettato sul marcia piede, legato con le mani dietro la schiena e maltrattato a pugni e calci sotto gli occhi de padre e della donna”. Questo era il primo episodio cui assistevo direttamente ma nell`anno e mezzo successivo migliaia di iracheni hanno visto genitori figli maltrattati o uccisi, carri armati che distruggevano le case, la loro dignità  calpestata ed i propri beni depredati: la rabbia per tutto questo ਠl`elemento che unisce tutti coloro che in questo Paese combattono l`occupazione”.

Assieme con gli attentati, rapimenti, le autobombe, le decapitazioni?

“Noi finora abbiamo rapito soltanto camionisti turchi, siriani o giordani che rifornivano le basi americane, abbiamo bruciato i loro mezzi e poi li abbiamo rilasciati dopo avergli fatto giurare sul Corano che mai più avrebbero rifornito l`invasore”.

Nessuno di essi ਠstato ucciso?

“Neanche uno, e non ਠmai i accaduto che un elemento delh resistenza decapitasse o sgozzasse prigionieri, se fosse successo costui sarebbe stato eliminato immediatamente. Quanto alle autobomba, quelle piazzate da noi rappresentano forse il dieci per cento del totale e si dirigono sempre verso basi americane o sedi di uffici che collaborano con l`occupante”.

Anche caserme di polizia?

“Anche perಠcaserme dove si sono svolte attività  particolarmente riprovevoli e mai quelle in cui ਠil corso il reclutamento o dinanzi alle quali sostano giovani iracheni. Non abbiamo alcun interesse a colpire la popolazione perchਠla popolazione ਠsempre più dalla nostra parte e d`altronde cinque anni di preparazione non trascorrono invano…”

Cinque anni? Il dopoguerra ਠcominciato 18 mesi fa.

“Perಠil nucleo della resistenza irachena ਠattivo dal 1998. Fu allora che il presidente Saddam, ritenendo ormai inevitabile una guerra, decise di creare una struttura segreta selezionando i migliori elementi del “Baath” e la crema di esercito e corpi speciali”. Saddam Hussein era ben conscio che l`attacco americano era inevitabile e avrebbe potuto opporvi soltanto carri armati fermi dal `92, dunque decise la creazione di quest`ala segreta del “Baath” sconosciuta anche al resto del partito, che avrebbe dovuto organizzarsi in nuclei di resistenza quando l`Iraq fosse stato invaso”.

Quanti eravate in questa struttura?

“In totale circa quindicimila, divisi in nuclei a comunicazione orizzontale e dunque piuttosto compartimentati, le dotazioni consistevano essenzialmente in armi leggere e depositi di esplosivo perಠmolte altre armi ci sono arrivate dai magazzini dell`esercito quando i reparti si stavano sfaldando”.

Aveva un nome, questa armata segreta?

“Una denominazione ufficiale no, perಠsi usava riferirsi al “Baath” parallelo parlando di “Al Taljali”, che più o meno significa “l`à©lite”.

Qualcosa a che fare col corpo dei “fedayn” che il figlio di Saddam, Uday, creಠpoco prima della guerra?

“No, quella era poco più di un`armata personale, noi avevamo invece il compito dଠdifendere ogni angolo dell`Iraq riaffermando la dignità  nazionale con l`unica forma di azione possibile, ovvero la guerriglia”.

Cominciaste subito?

“Quasi: la rivolta spontanea di Falluja contro le prevaricazioni di militari ubriachi anticipಠanche le nostre azioni che comunque hanno una data d`inizio precisa: 10 aprile del 2003, con l`attacco contro tre carri armati americani ed il loro incendio nel quartiere di Nafaqua Al Shurza, a Baghdad”.

Quali sono fino ad oggi le azioni che considerate di maggiore successo?

“Quelle di Falluja hanno assunto carattere permanente, nà© gli americani nà© il governo Allawi possono più controllare la città , a Falluja combattono sunniti della zona, sciiti di Nassiriya ed anche curdi, come avveniva per il “Baath” la resistenza non dà  alcun valore all`elemento religioso o etnico ma punta sullo spirito nazionale e sull`orgoglio arabo. Come singola azione, forse quella di Al Haswa fu la più efficace…”.

Lei dice che la resistenza attacca solo basi nemiche e collaborazionisti iracheni, l`altro giorno due donne che lavoravano come interpreti nella “Green Zone” sono state uccise a colpi di pistola su Saddoun Street e abbandonate sull`asfalto con il “pass” americano bene in vista sul petto. Siete stati voi?

“E` molto probabile, un nucleo autonomo di resistenza deve aver accertato le loro responsabilità “.

La responsabilità  di lavorare per vivere?

“Quando viene segnalato il caso di un iracheno che lavora per le truppe straniere o fa la spia prima la resistenza indaga per sapere se l`accusa ਠvera, e se ਠvera decide l`esecuzione. Anche di donne, se le colpe sono gravi, il mio nucleo ha eliminato una che procurava ragazze ai soldati americani”.

E chi pronuncia la condanna, avete magari un tribunale clandestino?

“No, la responsabilità  spetta al comandante di ciascun nucleo, ma se non ਠsicuro delle accuse questi puಠconvocare il sospettato facendogli giungere una lettera a casa…”.

Un gruppo clandestino che spedisce lettere?

“Si, solo a Baghdad ne abbiamo recapitate a migliaia avvertendo ogni volta le singole persone che sul loro conto circolavano queste accuse e potevano presentarsi per tentare una discolpa”.

Presentarsi dove, da chi?

“Ogni quartiere ha i suoi referenti, non tema, a Bahghdad ci conoscono tutti…poi ਠaccaduto diverse volte che i sospettati ci abbiano convinti della loro innocenza e siano tornati a casa, anch`essi dopo aver giurato sul Corano”.

Chi vi finanzia?

“Noi stessi, fondi accantonati prima della guerra, alcuni iracheni più ricchi di altri ma anche moltissima gente comune che si quota per piccole somme”.

Riscatti dei sequestri di persona?

“E` accaduto, perಠpochissime volte poichਠil sequestro non appartiene ai nostri sistemi e da parte nostra puಠriguardare solo ricchi stranieri o rappresentanti di società  che tentano di arricchirsi sulla pelle degli iracheni. Fra l`altro, l`industria dei sequestri ਠpartita immediatamente dopo l`occupazione americana ed ha avuto ben altri organizzatori”.

Quali?

“Per esempio Waheb El Shibli, uno sciita luogotenente di Ahmed Chalabi. Mesi fa la polizia irachena l`arrestಠaccusandolo di almeno dieci sequestri di persona, gli americani lo fecero tornare libero pochi giorni dopo. In questo povero Paese la spoliazione s`ਠiniziata a guerra appena conclusa e con qualsiasi mezzo, sono calati gruppi di ogni tipo spesso manovrati dall`esterno e di recente perfino il governo di Allawi con i suoi vecchi arnesi del “Mukhabarat” ha cercato di combatterci organizzando nuclei sulla falsariga dei nostri, gruppi misteriosi che conducono misteriose missioni cercando di farle ricadere sudi noi o sulle spalle di altri”.

Ecco, gli altri: quali rapporti avete con Al Qaeda?

“Se per assurdo un giorno il Cielo si abbattesse sulla Terra, allora forse potremmo avere rapporti con Al Qaeda. Le risulta che l`Iraq di Saddam fosse luogo i terroristi o avesse rapporti con integralisti islamici? Noi siamo l`espressione di quali` Iraq, laico, socialista, panarabo, Saddam ਠin carcere, il “Baath” non esiste perಠresta l`orgoglio nazionale che continua a cementarci”.

Non avete contatti neanche col famoso Zarqawi?

“Al Zarqawi ਠuno specchietto per le allodole o forse uno spaventapasseri: appare dovunque, interviene su qualsiasi cosa, parla o fa parlare attraverso Internet o via radio, io dico che spesso quando viene citato non c`ਠe quando c`ਠfa dell`altro”.

In città  come Falluja o Mahmouya avrete pure qualche contatto con i combattenti islamici.

“Non contatti veri e propri ma una sorta di coordinamento”.

Quanta gente oggi appartiene alla resistenza?

“Potrei risponderle un milione di persone ma la stima ਠimpossibile, posso dirle che gli iracheni ci sostengono ed anche nella nuova polizia contiamo più simpatizzanti che avversari. Le ricordo che nel Duemila fra gli iscritti al “Baath” c`erano 2 milioni e 700 mila iracheni sotto i 35 anni di età  e quasi tutti avevano moglie, figli, genitori a carico: un anno e mezzo fa una massa di dieci milioni di persone si ਠtrovata alla fame semplicemente a causa della decisione americana di licenziare dai posti pubblici tutti i “baathisti”. Oramai le tribù di appoggiano e nelle città  anche i ragazzini lanciano pietre contro gli americani, si approssima il momento di una “intifada” irachena”.

Secondo voi chi ha rapito i due giornalisti francesi e le ragazze italiane?

“Quanto ai francesi penserei alla banda di Wahab Al Amri perchà© si trovavano nel suo territorio, le ragazze italiane ci paiono vittime di un`organizzazione di altro genere, quella più “misterioso” a cui accennavo prima, che in apparenza non si rendono conto dei danni provocati alla causa irachena. Anche noi vorremmo sapere di chi si tratta, non crediamo alle voci che vogliono le italiane “trasferite” da Abu Ghrejb a Falluja, anzi possiamo escluderne del tutto la fondatezza”.

Lo dicono esponenti del Consiglio degli imam.

“Se avessero informazioni credibili saprebbero anche come intervenire, in realtà  gli “imam” non hanno alcun contatto coi gruppi minori e possono comunicare con noi solo per via indiretta. Per quanto ci riguarda, non li contattiamo perchà© non abbiamo alcuna stima del loro Consiglio supremo”.

Nelle mani di chi si trovano, dunque, le italiane?

“Le stiamo cercando anche noi”.

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