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LA LOBBY ISRAELIANA E LA POLITICA ESTERA DEGLI STATI UNITI

8. May 2006

di JOHN MEARSHEIMER* E STEPHEN WALT**

*John Mearsheimer insegna Scienze Politiche a Chicago, ed ਠl’autore di The Tragedy of Great Power Politics.
**Stephen Walt insegna Affari Internazionali alla Kennedy School of
Government di Harvard. Il suo ultimo libro ਠTaming American
Power: The Global Response to US Primacy.“Nell’autunno del 2001, e soprattutto nella primavera del
2002, l’amministrazione Bush tentಠdi porre un freno al
dilagante sentimento antiamericano nel mondo arabo e di evitare che
alcuni paesi sostenessero gruppi terroristici come Al-Quaeda, mettendo
dei limiti alla politica israeliana di espansione nei Territori
Occupati e cercando di favorire la creazione di uno stato palestinese.
Bush aveva a disposizione mezzi di persuasione molto efficaci. Avrebbe
potuto minacciare Israele di limitare il sostegno economico e
diplomatico, e quasi tutta l’opinione pubblica negli Usa sarebbe
stata certamente dalla sua parte. Un sondaggio del maggio 2003,
riportಠche più del 60 per cento degli statunitensi era
d’accordo nel bloccare gli aiuti se Israele si fosse rifiutato di
interrompere il conflitto, e la percentuale saliva al 70 per cento fra
le persone “politicamente attive”. Inoltre, il 73 per cento
era convinto che gli Usa non dovessero favorire nessuna delle due parti.

Non essendo Washington riuscita a cambiare la politica di Israele, ha
finito col sostenerla. Nel tempo, l’amministrazione ha anche
adottato le stesse giustificazioni di Israele per legittimare le sue
posizioni, cosଠla retorica statunitense ਠdiventata
un’imitazione di quella israeliana. Nel febbraio 2003, un titolo
del Washington Post
riassumeva cosଠla situazione: “Bush e Sharon, politica
quasi identica in Medio Oriente”. La principale ragione di questa
svolta sta nella Lobby.

La storia inizia alla fine di settembre del 2001, quando Bush esortava
Sharon a mostrare una certa moderazione nei Territori Occupati. Inoltre
faceva pressioni affinchà© permettesse al ministro degli Esteri
Shimon Peres di incontrare Yasser Arafat, nonostante anche Bush fosse
decisamente critico nei confronti della condotta del leader
palestinese. Il presidente Usa arrivಠperfino a dichiarare di
essere favorevole alla costituzione di uno stato palestinese.
Allarmato, Sharon lo accusಠdi cercare di “placare gli
arabi a nostre spese”, avvertendo che “Israele non à¨
la Cecoslovacchia.”

Bush s’infuriಠall’idea di essere stato paragonato a
Chamberlain, e l’ufficio stampa della Casa Bianca definà¬
le parole di Sharon “inaccettabili”. Sharon presentà²
delle formali scuse di facciata, e subito dopo iniziಠa
collaborare con la Lobby per persuadere il governo e il popolo
statunitense che Usa e Israele si trovavano a fronteggiare una comune
minaccia terroristica. Funzionari del governo israeliano e
rappresentanti della Lobby insistettero sul fatto che non c’era
nessuna differenza fra Arafat e Osama bin Laden: Usa e Israele
avrebbero dovuto isolare il leader palestinese in modo da non avere
più niente a che fare con lui.

La Lobby si mise anche al lavoro all’interno del Congresso. Il 16
novembre, 89 senatori inviarono a Bush una lettera, pregandolo di
rifiutarsi di incontrare Arafat, ma chiedendo anche che gli Stati Uniti
non limitassero Israele nelle sue rappresaglie contro i palestinesi;
l’amministrazione, recitava il documento, deve dichiarare
pubblicamente di essere al fianco di Israele. Secondo il New York
Times, quella lettera “era figlia” di un meeting che aveva
avuto luogo due settimane prima, fra “i capi della
comunità  ebraica statunitense e importanti senatori”,
aggiungendo che l’AIPAC era stata “particolarmente attiva
nel dispensare consigli riguardo alla lettera.”

A fine novembre, le relazioni fra Washington e Tel Aviv erano
decisamente migliorate, in parte grazie agli sforzi della Lobby, e in
parte grazie all’iniziale vittoria degli Usa in Afghanistan, che
diede agli Stati Uniti la fallace sensazione di non aver bisogno del
sostegno arabo nella guerra contro Al-Quaeda. Sharon andಠin
visita alla Casa Bianca ai primi di dicembre, ed ebbe con Bush un
incontro molto amichevole.

Nell’aprile del 2002 iniziarono di nuovo i guai, quando
l’esercito israeliano lanciಠl’Operazione Scudo
Difensivo e riassunse il controllo di praticamente tutte le maggiori
aree palestinesi nella Cisgiordania. Bush sapeva che le azioni di Tel
Aviv avrebbero danneggiato l’immagine degli Stati Uniti nel mondo
islamico e reso più difficoltosa la guerra al terrorismo,
cosଠchiese a Sharon di “bloccare le incursioni e iniziare
il ritiro delle truppe.” Il messaggio fu sottolineato due giorni
più tardi, quando ribadଠla richiesta di un “ritiro
immediato” da parte delle truppe israeliane. Il 7 aprile,
Condoleezza Rice, allora consigliere per la sicurezza nazionale di
Bush, disse ai giornalisti: “Immediato significa immediato.
Significa subito.” Lo stesso giorno, Colin Powell partà¬
per il Medio Oriente per convincere le due parti ad interrompere i
combattimenti e dare il via ad un negoziato di pace.

Israele e la Lobby si misero immediatamente in azione. Funzionari
filo-israeliani dell’ufficio del vicepresidente e del Pentagono,
ed esperti neoconservatori come Robert Kagan e William Kristol, misero
pressione su Powell. Lo accusarono perfino di aver “dimenticato
la differenza fra i terroristi e chi combatte contro i
terroristi”. Bush stesso era manovrato da capi ebraici e
cristiani evangelici. Soprattutto Tom DeLay e Dick Armey furono molto
convincenti riguardo alla necessità  di sostenere Israele, e
DeLay e Trent Lott, leader di minoranza al Senato, si recarono alla
Casa Bianca per intimare a Bush di fare marcia indietro.

Il primo indizio sul fatto che Bush stesse tornando sui suoi passi
comparve l’11 aprile – una settimana dopo che aveva
intimato a Sharon di ritirare le sue truppe -, quando
l’ufficio stampa della Casa Bianca fece sapere che il presidente
riteneva Sharon “un uomo di pace”. Bush ribadà¬
pubblicamente il concetto in occasione del ritorno di Powell dalla sua
fallimentare missione, e raccontಠai giornalisti di aver avuto
da Sharon risposte soddisfacenti in merito alla sua richiesta di un
totale e immediato ritiro delle truppe. Sharon ovviamente non aveva
fatto nulla del genere, ma Bush non era più disposto ad
affrontare la questione.

Nel frattempo, anche il Congresso si preparava a prendere la stessa
direzione. Il 2 maggio, incurante delle obiezioni
dell’amministrazione, approvಠdue risoluzioni che
riaffermavano il pieno supporto ad Israele (il risultato delle
votazioni al Senato fu di 94 a 2; alla Camera, 352 a 21). Entrambe le
risoluzioni stabilivano che gli Stati Uniti “offrivano piena
solidarietà  ad Israele”, e che i due paesi, per citare i
documenti, “erano ora impegnati in una comune battaglia contro il
terrorismo.”. La versione della Camera di quel documento,
condannava anche “la coordinazione e il continuo sostegno ai
gruppi terroristici offerto da Yasser Arafat”, dipinto come la
colonna portante del sistema terroristico. Entrambe le risoluzioni
furono redatte con l’aiuto della Lobby. Alcuni giorni dopo, una
delegazione bipartisan del Congresso in missione in Israele,
dichiarಠche Sharon avrebbe resistito alle pressioni
statunitensi per un negoziato con Arafat. Il 9 maggio, apposite
sottocommissioni della Camera si riunirono per esaminare
l’ipotesi di finanziare Israele con 200 milioni di dollari extra,
con lo scopo di combattere il terrorismo. Powell era contrario, la
Lobby era favorevole, e Powell perse.

In breve, Sharon e la Lobby hanno sfidato il presidente degli Stati
Uniti, e ne sono usciti da trionfatori. Hemi Shalev, un giornalista del
quotidiano israeliano Ma’ariv, ha riferito che l’entourage
di Sharon “non riuscଠa nascondere la soddisfazione per il
fallimento della missione di Powell. Sharon guardಠil presidente
Bush negli occhi, fece lo sbruffone, e il presidente abbassಠlo
sguardo per primo.” Ma furono i difensori di Israele negli Usa a
giocare un ruolo fondamentale nella sconfitta di Bush, non Sharon o il
governo di Tel Aviv.

Da allora, la situazione ਠleggermente cambiata.
L’amministrazione Bush ha continuato a rifiutare ogni contatto
con Arafat. Dopo la sua morte, ha appoggiato il nuovo leader
palestinese, Mahmoud Abbas, facendo perಠben poco per aiutarlo.
Sharon ha continuato a sviluppare il suo piano per imporre
unilateralmente ai palestinesi un accordo, basato sul
“disimpegno” da Gaza, e sulla contemporanea continua
espansione nella Cisgiordania. Rifiutandosi di trattare con Abbas, e
rendendogli dunque impossibile mostrare al popolo palestinese progressi
tangibili, Sharon ha di fatto contribuito all’arrivo al potere di
Hamas. Comunque, con la vittoria elettorale di Hamas ora Israele ha
un’altra ottima scusa per non trattare. Il governo Usa ha
sostenuto l’operato di Sharon (e ora del suo successore, Ehud
Olmert). Bush ha persino approvato l’annessione unilaterale dei
Territori Occupati, ribaltando le consuetudini politiche di tutti i
presidenti, da Lyndon Johnson in poi.

I governanti statunitensi hanno blandamente criticato alcune azioni
israeliane, ma nello stesso tempo hanno fatto davvero poco per
contribuire alla creazione di una vera nazione palestinese. L’ex
consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft,
nell’ottobre del 2004, ha detto: “Sharon riesce a
manipolare Bush come e quando vuole.” Se Bush cercasse di
prendere le distanze da Israele o addirittura criticarne
l’operato nei Territori Occupati, si troverebbe a dover fare i
conti con l’ira della Lobby e dei suoi esponenti al Congresso.
Anche i candidati presidenziali democratici sanno che questo à¨
inevitabile, ragion per cui John Kerry nel 2004 si ਠpremurato
di ostentare incondizionato supporto ad Israele, e lo stesso sta
facendo oggi Hillary Clinton (nella foto).

Una politica a favore degli israeliani e contraria ai palestinesi,
ਠin cima alle preoccupazioni della Lobby, ma le sue ambizioni
non si fermano qui. Vuole anche che gli Stati Uniti aiutino Israele a
rimanere la potenza dominante nella regione. Il governo di Tel Aviv e i
gruppi ebraici statunitensi agiscono in collaborazione per plasmare la
politica Usa nei confronti di Iraq, Siria e Iran, secondo un grande
progetto di riordino del Medio Oriente.

Le pressioni da parte di Israele e della Lobby non sono state
l’unico fattore che ha determinato l’attacco all’Iraq
nel 2003, ma sicuramente uno dei più importanti. Alcuni pensano
che questa guerra sia stata fatta per il petrolio, ma non esiste
nessuna prova diretta a supporto di questa tesi. La guerra à¨
invece stata motivata soprattutto dal desiderio di rendere lo stato di
Israele più sicuro. Secondo Philip Zelikow, ex membro del
Foreign Intelligence Advisory Board (un organo consultivo per le questioni strategiche insediato presso la Casa Bianca. N.d.T.),
direttore esecutivo della commissione che indaga sui fatti
dell’11 Settembre, e attualmente consigliere di Condoleezza Rice,
la “vera minaccia” dell’Iraq non era diretta agli
Stati Uniti. La “minaccia sottintesa” era “nei
confronti di Israele”, ha detto Zelikow in un discorso
all’Università  della Virginia nel settembre del 2002.
“Il governo degli Stati Uniti”, ha aggiunto, “non
vuole esporsi troppo, perch੠la questione non ਠuna delle
più popolari”.

Il 16 agosto del 2002, 11 giorni prima che Dick Cheney desse inizio
alla guerra con un discorso intransigente ai Veterani di Guerra, il Washington Postriportà²
che “Israele esortava gli ufficiali statunitensi a non rimandare
oltre un attacco militare contro l’Iraq di Saddam Hussein”.
A questo punto, secondo Sharon, la coordinazione strategica fra Israele
e Stati Uniti aveva raggiunto “una dimensione senza
precedenti”, e ufficiali dei servizi segreti israeliani fornivano
a Washington una grande quantità  di preoccupanti rapporti che
riguardavano i programmi iracheni per la costruzione di Armi di
Distruzione di Massa. Come ha esposto in seguito un generale israeliano
in pensione, “L’intelligence israeliana era in gran parte
responsabile del quadro sulle armi non convenzionali irachene,
descritto dai servizi segreti statunitensi e britannici.”

Il leader israeliani furono profondamente angosciati quando Bush decide
di chiedere al Consiglio di Sicurezza dell’ONU
l’autorizzazione per la guerra, e lo furono ancor di più
quando Saddam accettಠdi lasciar entrare gli ispettori delle
Nazioni Unite. “La campagna contro Saddam Hussein ਠun
dovere”, dichiarಠShimon Peres ai giornalisti nel
settembre del 2002. “Le ispezioni e gli ispettori vanno bene per
le persone rispettabili, ma per i disonesti ਠfacile
raggirarli.”

Allo stesso tempo, Ehud Barak, scrisse un articolo sul New York Times
in cui avvertiva che “In questo momento il pericolo maggiore sta
nell’inazione.” Il suo predecessore alla carica di Primo
Ministro, Benyamin Netanyahu, scrisse sul Wall Street Journal
un pezzo simile, intitolato “Il motivo per rovesciare
Saddam”, in cui affermava: “In questo momento l’unica
cosa da fare ਠrovesciare il dittatore. Credo di parlare a nome
della stragrande maggioranza degli israeliani, favorevoli ad un attacco
preventivo contro il regime di Saddam.” E l’Ha’aretz riferiva nel febbraio 2003: “I capi politici e militari desiderano intensamente una Guerra in Iraq.”

Tuttavia, come faceva notare Netanyahu, il desiderio di una guerra non
era limitato solo alle alte sfere. A parte il Kuwait, che Saddam aveva
invaso nel 1990, Israele era l’unico paese al mondo in cui sia i
politici che l’opinione pubblica erano d’accordo sulla
guerra. Il giornalista Gideon Levy, all’epoca notava che:
“Israele ਠl’unico paese i cui leader sostengono
senza riserve una guerra, e in cui nessun’altra opinione
alternativa ha diritto di esistere.” Infatti, il fanatismo degli
israeliani era talmente accentuato, che i loro stessi alleati negli
Stati Uniti dovettero dir loro di smorzare la retorica, altrimenti
c’era il pericolo che sembrasse una guerra combattuta nel nome di
Israele.

All’interno degli Stati Uniti, la più importante corrente
a favore della guerra era un pugno di neo-conservatori, molti dei quali
strettamente legati al Likud, ma anche i capi delle maggiori
organizzazioni che facevano parte della Lobby, fecero sentire la loro
voce. Il Forward riferଠche “Non appena Bush inizià²
a parlare […] di guerra in Iraq, le più importanti
organizzazioni ebraiche statunitensi si riunirono per correre in suo
aiuto. Dichiarazione dopo dichiarazione, i vari leader sottolinearono
la necessità  di liberare il mondo da Saddam Hussein e dalle sue
armi di distruzione di massa. Gli editorialisti affermarono che
“Le preoccupazioni per la sicurezza di Israele, costituiscono
legittimamente un fattore primario nelle decisioni dei maggiori gruppi
ebraici.”

Benchà© i neoconservatori e gli alti esponenti della Lobby
fossero impazienti di entrare in guerra, cosଠnon era per gran
parte della comunità  ebraica statunitense. Appena la guerra
inizià², Samuel Freedman scrisse che “un sondaggio di
opinione su scala nazionale operato dal Pew Research Center, dimostra
che gli ebrei sono meno favorevoli alla guerra in Iraq del resto della
popolazione, il 62 per cento contro il 52.” Ovviamente sarebbe
sbagliato gettare la colpa della guerra in Iraq tutta
sull”influenza ebraica”; piuttosto gran parte della
responsabilità  à¨ da ascrivere all’influenza della
Lobby, e dei neo-conservatori che ne fanno parte.

La determinazione dei neo-con a rovesciare Saddam risale a prima che
Bush diventasse presidente. Essi provocarono una certa agitazione
già  nel 1998, quando fecero pubblicare due lettere aperte
indirizzate a Clinton, in cui chiedevano che Saddam fosse rimosso dal
potere. I firmatari, molti dei quali avevano stretti legami con grandi
organizzazioni filo-israeliane quali la JINSA o il WINEP, e che
comprendevano nomi come Elliot Abrams, John Bolton, Douglas Feith,
William Kristol, Bernard Lewis, Donald Rumsfeld, Richard Perle e Paul
Wolfowitz, avevano poche difficoltà  a persuadere
l’amministrazione Clinton a considerare l’ipotesi di
spodestare Saddam, ma non potevano arrivare a proporre una guerra per
raggiungere quell’obiettivo. E nemmeno nei primi mesi
dell’amministrazione Bush, furono capaci di rendere attraente
l’idea di un’invasione dell’Iraq. Per raggiungere il
loro scopo avevano bisogno di aiuto. Quest’aiuto arrivà²
provvidenziale l’11 settembre del 2001. Più precisamente,
gli eventi di quel giorno convinsero Bush e Cheney a cambiare la loro
linea politica e diventare cosଠfervidi sostenitori della guerra
preventiva.

Durante un importante vertice con Bush a Camp David, il 15 settembre,
Paul Wolfowitz sostenne la tesi di attaccare l’Iraq prima ancora
dell’Afghanistan, nonostante non esistesse alcuna prova che
Saddam fosse in qualche modo coinvolto negli attentati, e si avesse
invece la certezza che Bin Laden si trovava in Afghanistan. Bush
rifiutಠil consiglio, e decise di attaccare prima
l’Afghanistan, pur considerando seriamente la possibilità 
concreta di una guerra contro l’Iraq. Infatti il 21 novembre il
presidente incaricಠi suoi strateghi militari di sviluppare i
piani per un’invasione.

Nel frattempo altri neoconservatori lavoravano alacremente nelle stanze
del potere. Ancora non conosciamo tutta la storia, ma sappiamo per
certo che studenti come Bernard Lewis di Princeton e Fouad Ajami della
Johns Hopkins rivestirono un ruolo importante nel convincere Cheney che
la guerra fosse l’opzione più giusta, sebbene anche il suo
staff di neo-con – Eric Edelman, John Hannah e
“Scooter” Libby, capo dello staff di Cheney, nonchà©
una delle persone più potenti dell’intera amministrazione
– abbia fatto la sua parte. Entro l’inizio del 2002, Cheney
era riuscito a convincere Bush, e con Bush e Cheney in ballo, la guerra
era inevitabile.

Al di fuori dell’amministrazione, gli esperti neoconservatori non
persero tempo nel sottolineare che l’invasione l’Iraq fosse
un passo necessario per vincere la guerra al terrorismo. I loro sforzi
erano diretti in parte a mantenere alta la pressione su Bush, e in
parte ad aggirare il movimento di opposizione alla guerra fuori e
dentro il governo. Il 20 settembre, un gruppo di potenti neo-con
insieme ai loro alleati, fecero pubblicare un’altra lettera
aperta in cui si diceva: “Anche nel caso in cui non venissero
trovati legami diretti fra l’Iraq e gli attacchi, qualunque
strategia diretta allo sradicamento del terrorismo e dei suoi
sostenitori, deve necessariamente includere un deciso sforzo per
rovesciare il regime di Saddam Hussein.” La lettera ricordava
anche a Bush che “Israele ਠstato ed ਠtuttora il
più fedele alleato nella lotta contro il terrorismo
internazionale.” Nel numero del 1° ottobre del Weekly Standard,
Robert Kagan e William Kristol invocavano un cambio di regime in Iraq
non appena i Talebani fossero stati sconfitti. Lo stesso giorno, dalle
pagine del Washington Post, Charles Krauthammer spiegava che
quando gli Stati Uniti avessero finito in Afghanistan,
l’obiettivo successivo sarebbe dovuto essere la Siria, seguita da
Iran e Iraq: “La guerra al terrorismo si concluderà  a
Baghdad, quando spazzeremo via il più pericoloso regime del
terrore al mondo.”

Questo fu l’inizio di una propaganda senza sosta, con lo scopo di
ottenere il sostegno unanime sui programmi di invasione
dell’Iraq, manipolando l’informazione in modo da dipingere
Saddam come un’imminente minaccia per gli Stati Uniti. Per
esempio, Libby fece pressione sugli analisti della CIA affinchà©
trovassero prove valide come pretesto per una guerra, e lo aiutassero a
preparare l’informativa che un ormai screditato Colin Powell
avrebbe dovuto presentare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite. All’interno del Pentagono, il Gruppo di Valutazione delle
Politiche Antiterrorismo fu incaricato di trovare quei legami fra
Al-Quaeda e l’Iraq che potevano essere sfuggiti ai servizi
segreti della comunità  internazionale. I due membri chiave di
questo gruppo erano David Wurmser, un neoconservatore intransigente, e
Michael Maloof, un libanese-americano molto legato a Richard Perle. Un
altro gruppo del Pentagono, l’Ufficio Piani Speciali, ebbe il
compito di scoprire prove da usare per poter vendere la storia della
guerra . Era capeggiato da Abram Shulsky, un neo-con amico di lunga
data di Wolfowitz, e fra le sue file militavano reduci dei famigerati
“think tanks” filo-israeliani. Entrambe queste
organizzazioni furono create all’indomani dell’11
settembre, e facevano capo a Douglas Feith.

Come in teoria tutti i neo-con, anche Feith aveva forti legami con
Israele, oltre ad essere uno storico sostenitore del Likud. Negli anni
’90, ha scritto svariati articoli in favore degli insediamenti,
affermando anche che Israele doveva mantenere il controllo dei
Territori Occupati. Inoltre, fatto ancora più importante,
insieme a Perle e Wurmser, nel giugno del 1996 scrisse per
l’allora neoeletto Primo Ministro Netanyahu, la famosa relazione
dal titolo “Un Taglio Netto”. Fra le altre cose, in quella
relazione si raccomandava a Netanyahu di “impegnarsi ad eliminare
il regime di Saddam in Iraq, essendo questo un importante obiettivo
strategico anche per Israele.” Vi erano anche esortazioni
affinchà© anche Israele facesse la sua parte nel riordino
dell’intero Medio Oriente. Netanyahu non seguଠi loro
consigli, ma Feith, Perle e Wurmser sarebbero molto presto diventati
uomini chiave dell’amministrazione Bush, riuscendo cosଠa
perseguire ugualmente i loro scopi. Un cronista
dell’Ha’aretz, Akiva Eldar, avvertiva che Feith e Perle
“si trovavano su quella sottile linea che separava la
lealtà  al loro governo dagli interessi di Israele.”

Wolfowitz ਠaltrettanto devoto ad Israele. Il Forward una
volta l’ha definito come “la più aggressiva voce
filo-israeliana dell’intera amministrazione”, ponendolo nel
2002 in cima ad una lista di 50 personalità  che “avevano
deliberatamente sostenuto l’attivismo ebraico”. Più
o meno nello stesso periodo il JINSA conferiva a Wolfowitz un premio,
l’Henry M. Jackson Distinguished Service Award, per aver
contribuito a creare un forte legame fra Israele e Stati Uniti, e il Jerusalem Post, descrivendolo come “ferventemente filo-israeliano”, lo nominava “Uomo dell’Anno” nel 2003.

Per finire, ਠd’obbligo spendere qualche parola sul
supporto che prima della guerra ਠstato dato dai neo-con ad
Ahmed Chalabi, l’esule senza scrupoli che ha guidato il Congresso
Nazionale dell’Iraq (INC). Lo hanno spalleggiato, e in cambio
Chalabi, una volta arrivato al potere, ha stretto rapporti con i gruppi
ebraici statunitensi, e si ਠimpegnato a stabilire buone
relazioni con Israele. Questo era esattamente ciಠche i
promotori di un cambio di regime in Iraq volevano ottenere. Matthew
Berger, sul Jewish Journal,
ha messo in luce l’essenza di questo scambio: “L’INC
ha giudicato queste migliorate relazioni come un modo per sfruttare a
suo favore l’influenza degli ebrei a Washington e a Gerusalemme,
e per cercare di ottenere consenso verso la sua causa. Da parte loro, i
gruppi ebraici hanno visto in tutto questo una buona opportunità 
per aprire la strada a relazioni più amichevoli fra Israele e
Iraq, se e quando l’INC fosse salito al potere rimpiazzando il
regime di Saddam Hussein.”

Considerando la devozione verso Israele da parte dei neoconservatori,
la loro ossessione per l’Iraq, e la loro influenza
sull’amministrazione Bush, non ਠcerto sorprendente che
molti statunitensi sospettino che la guerra sia iniziata solo per fare
un favore ad Israele. Nel marzo scorso, Barry Jacobs, della Commissione
Ebraica Statunitense, ha ammesso che l’idea che Israele e i
neo-con abbiano cospirato per trascinare gli Stati Uniti in una guerra
contro l’Iraq, era “molto diffusa” fra gli ambienti
dell’intelligence internazionale. Comunque, poche persone lo
dichiarerebbero pubblicamente, e quei pochi che l’hanno fatto
– compresi il senatore Ernest Hollings e il deputato James Moran
– sono stati condannati solo per aver sollevato la questione.
Alla fine del 2002, Michael Kinsley ha scritto che “la mancanza
di una discussione pubblica sul vero ruolo di Israele…à¨
come il proverbiale elefante nella stanza.” La ragione principale
della reticenza su questo argomento, continua Kinsley, ਠla
paura di passare per antisemita, ma non ci sono dubbi sul fatto che
Israele e la Lobby siano stati fattori chiave nella decisione di
entrare in guerra, una decisione che senza il loro operato, gli Stati
Uniti avrebbero probabilmente preso con molta più
difficoltà . E questa guerra ਠprogrammata per essere solo
il primo passo. Un titolo sulla prima pagina del Wall Street Journal
subito dopo l’inizio del conflitto, recitava: “Il Sogno del
Presidente: cambiare non solo il regime, ma l’intera regione.
Un’area democratica e filo-statunitense ਠun obiettivo che
ha radici israeliane e neoconservatrici.”

Per lungo tempo, forze filo-israeliane hanno avuto interesse a
coinvolgere militarmente gli Stati Uniti in Medio Oriente in modo
più diretto, ma durante la Guerra Fredda con scarso successo,
poichà© in quel momento gli Stati Uniti fungevano da
“bilanciatore esterno” nella regione. La maggior parte
delle forze destinate al Medio Oriente, come le Forze di Spiegamento
Rapido, venivano tenute al sicuro, lontano dalle linee di fuoco.
L’idea era quella di mettere l’uno contro l’altro i
poteri locali – ecco perchà© l’amministrazione Reagan
sostenne Saddam contro l’Iran rivoluzionario ai tempi della
guerra Iraq-Iran – per poter mantenere un equilibrio favorevole
agli Stati Uniti.

Questa politica cambiಠall’indomani della prima Guerra del
Golfo, quando l’amministrazione Clinton adottಠla
strategia del “doppio contenimento”. Grandi contingenti di
forze armate avrebbero stazionato nella regione con il compito di
contenere sia l’Iran che l’Iraq, invece di usare ognuno dei
due paesi per tenere sotto controllo l’altro. Il padre del doppio
contenimento altri non era che Martin Indyk, il quale prima aveva
abbozzato questa teoria nel maggio del ’93, quando era al WINEP,
e poi l’aveva perfezionata quando era direttore degli Affari per
il Medio Oriente e il Sud Est Asiatico al Consiglio di Sicurezza
Nazionale.

A metà  degli anni ’90, c’era non poco malcontento
riguardo al doppio contenimento, in quanto quel tipo di strategia aveva
trasformato gli Stati Uniti in un mortale nemico per entrambi i paesi,
che peraltro si odiavano l’un l’altro, e costretto
Washington a sopportare un peso economico non indifferente. Ma era una
strategia gradita alla Lobby, che si dava molto da fare
all’interno del Congresso per cercare di preservarla. Pressato
dall’AIPAC e non solo, nella primavera del 1995, Clinton diede un
giro di vite alla sua politica nella regione, ed impose un embargo
economico all’Iran, ma l’AIPAC e i suoi alleati volevano di
più. Il risultato fu l’Iran and Libya Sanctions Act,
un provvedimento del 1996 che imponeva sanzioni su qualunque compagnia
straniera che investisse più di 40 milioni di dollari per lo
sviluppo delle risorse petrolifere di Iran e Libia. Come notà²
all’epoca Ze’ev Schiff, corrispondente di guerra dell’Ha’aretz, “Israele
ਠsolo un piccolo elemento in un grande schema, ma chiunque
puಠnotare quanto sia capace di influenzare tutti gli
altri.”

Alla fine degli anni novanta, tuttavia, i neoconservatori si resero
conto che il doppio contenimento non era più sufficiente, e che
era necessario che il regime in Iraq venisse abbattuto. Rovesciando
Saddam e trasformando l’Iraq in una democrazia, pensavano, gli
Stati Uniti avrebbero innescato una catena di cambiamenti in tutto il
Medio Oriente. La medesima linea di pensiero era evidente nel documento
“Taglio Netto” che i neo-con avevano redatto per Netanyahu.
Nel 2002, quando oramai l’invasione dell’Iraq era alle
porte, la trasformazione della regione era il vangelo dei circoli
neoconservatori.

Charles Krauthammer descrive questo grande progetto come
un’invenzione di Natan Sharansky, ma in realtà  tutti gli
israeliani, di qualunque tendenza politica, pensavano che
l’eliminazione di Saddam avrebbe alterato gli equilibri del Medio
Oriente a vantaggio di Israele. Aluf Benn scriveva sull’Ha’aretz (17 febbraio 2003):
“Alti ufficiali dell’esercito e funzionari vicini al Primo
Ministro Ariel Sharon, come il Consigliere per la Sicurezza Nazionale
Ephraim Halevy, dipingono un meraviglioso quadro del roseo futuro che
attende Israele alla fine della guerra. Loro immaginano un effetto
domino, con la caduta di Saddam Hussein seguita da quella di tutti gli
altri nemici del nostro paese…Con questi leader, il terrorismo e
le armi di distruzione di massa scompariranno per sempre.”

Dopo la caduta di Baghdad, a metà  aprile del 2003, Sharon e i
suoi luogotenenti iniziarono a fare pressioni affinchà©
Washington puntasse su Damasco. Il 16 aprile Sharon, intervistato dallo
Yedioth Ahronoth,
richiedeva agli Stati Uniti di esercitare “forti pressioni”
sulla Siria, mentre il ministro della Difesa Shaul Mofaz, dalle pagine
del Ma’ariv, affermava: “Abbiamo una lunga lista di
questioni da chiarire con i siriani, e sarebbe appropriato se
ciಠvenisse fatto attraverso la mediazione di Washington.”
Ephraim Halevy, parlando ad una riunione del WINEP, disse che era
importante che gli Stati Uniti avessero un atteggiamento duro nei
confronti della Siria, e il Washington Post scriveva che Israele stava
“alimentando la campagna” contro la Siria, fornendo ai
servizi segreti statunitensi rapporti sull’operato di Bashar
Assad, il presidente siriano.

Importanti esponenti della Lobby usarono gli stessi argomenti.
Wolfowitz dichiarà²: “E’ necessario un cambio di
regime in Siria.”, e Richard Perle disse ad un giornalista che
“un breve messaggio, un messaggio di sole tre parole deve essere
recapitato ad un altro regime ostile in Medio Oriente. Il messaggio
à¨: Voi siete i prossimi.” Ai primi di aprile, un documento
bipartisan redatto dal WINEP, affermava che la Siria “deve tenere
ben presente che i paesi che seguono il comportamento sprezzante,
irresponsabile e avventato di Saddam, potrebbero finire col fare la sua
stessa fine.” Il 16 aprile, Yossi Klein Halevi scriveva un
articolo sul Los Angeles Times, intitolato
“Prossima Mossa: Giro di Vite in Siria.”, mentre il titolo
di un articolo di Zev Chafets comparso il giorno dopo sul New York Daily News
recitava: “Anche la Siria filo-terrorista ha bisogno di un
cambiamento.” Per non essere da meno, Lawrence Kaplan scriveva
sul New Republic del 21 aprile che Assad era una seria minaccia per gli Stati Uniti.

Tornando al Campidoglio, il membro del Congresso Eliot Engel, aveva
reintrodotto l’Atto per la Responsabilità  della Siria e il
Ripristino della Sovranità  Nazionale del Libano.
Quest’atto minacciava sanzioni nei confronti della Siria se non
avesse ritirato le sue truppe dal Libano, consegnato le sue armi di
distruzione di massa e smesso di fiancheggiare i terroristi; inoltre
invitava Siria e Libano a fare passi concreti per ristabilire rapporti
di pace con Israele. Questo documento era stato fortemente voluto dalla
Lobby – e soprattutto dall’AIPAC – e
“formulato”, secondo la Jewish Telegraph Agency,
“da alcuni dei migliori amici di Israele al Congresso.”
L’amministrazione Bush non ne era particolarmente entusiasta, ma
l’atto passಠcon una maggioranza schiacciante (398 a 4
alla Camera, 89 a 4 al Senato), e il 12 dicembre del 2003 Bush lo
firmà², facendolo diventare legge.

La stessa amministrazione era ancora divisa
sull’opportunità  di un attacco alla Siria. I
neoconservatori erano ansiosi di attaccare Damasco, mentre la CIA e il
Dipartimento di Stato si opponevano all’idea. E perfino Bush,
dopo aver firmato la nuova legge, sottolineava il fatto che bisognava
andarci cauti nell’applicarla. Quest’ambiguità  era
incomprensibile. Oltretutto il governo siriano aveva non solo fornito
agli Stati Uniti importanti informazioni su Al-Quaeda dopo l’11
settembre, ma aveva anche messo in guardia Washington su previsti
attacchi terroristici nel Golfo e concesso alla CIA libero accesso agli
interrogatori di Mohammed Zammar, il presunto reclutatore di alcuni dei
dirottatori degli attentati. Prendere di mira il regime di Assad
avrebbe significato mettere a repentaglio quella preziosa
collaborazione, e dunque rendere più difficoltosa la guerra al
terrorismo.

In più, la Siria fino a prima della guerra in Iraq, era sempre
stata in buoni rapporti con Washington (aveva perfino votato per la
risoluzione ONU 1441), e certamente non costituiva una minaccia per gli
Stati Uniti. Adottare la linea dura con Damasco avrebbe fatto sembrare
gli Usa come i soliti prepotenti, insaziabilmente desiderosi di colpire
gli stati arabi. Ultimo fattore, mettere la Siria nella lista nera,
avrebbe significato darle un ottimo pretesto per provocare guai in
Iraq. Per quanta fretta si potesse avere, il buon senso consigliava di
aspettare che le acque in Iraq si fossero calmate. Ma il Congresso,
ovviamente manovrato dai funzionari israeliani e da gruppi come
l’AIPAC, insisteva sul giro di vite a Damasco. Senza la Lobby,
non ci sarebbe stato alcun Atto per la Responsabilità  della
Siria, e la politica statunitense nei confronti dei siriani sarebbe
stata molto più in linea con gli interessi nazionali.

Gli israeliani tendono a descrivere qualsiasi minaccia nei termini
più crudi possibili, ma l’Iran ਠunanimemente
considerato il loro nemico più pericoloso, perchà©
probabilmente sul punto di dotarsi di armi atomiche. Tutti gli
israeliani vedono un paese islamico in Medio Oriente in possesso di
armi nucleari come una minaccia alla loro stessa esistenza. Un mese
prima che scoppiasse la guerra in Iraq, il ministro della Difesa
israeliano Binyamin Ben-Eliezer, sottolineava che “l’Iraq
ਠcertamente un problema, ma a mio parere, oggi per noi
l’Iran ਠmolto più pericoloso.”

Sharon iniziಠa spingere gli Stati Uniti contro l’Iran nel
novembre del 2002, in un’intervista al Times. Descrivendo
l’Iran come “il centro del mondo del terrore”, teso
ad acquisire armi atomiche, Sharon dichiarava che
l’amministrazione Bush avrebbe dovuto iniziare ad usare le
maniere forti con l’Iran “il giorno dopo” aver
conquistato l’Iraq. Alla fine di aprile 2003,
l’Ha’aretz scriveva che l’ambasciatore israeliano a
Washington chiedeva a gran voce un cambio di regime in Iran. La
sconfitta di Saddam, continuava, “non era sufficiente”.
Secondo lui “gli Stati Uniti non devono fermarsi, poichà©
siamo ancora fortemente minacciati sia dalla Siria che
dall’Iran.” Naturalmente anche i neoconservatori non
persero tempo nel cavalcare l’onda del rovesciamento del regime
di Teheran. Il 6 maggio, l’AEI (American
Enterprise Institute, una fra le più potenti organizzazioni
degli Usa, un altro dei famigerati Think Tank, in questo caso una delle
massime roccaforti del pensiero neo-con. N.d.T.) finanzià²,
insieme alla Fondazione per la Difesa delle Democrazie e
all’Istituto Hudson, una conferenza sull’Iran. I relatori
erano tutti palesemente filo-israeliani, e molti richiesero che il
regime iraniano fosse rimpiazzato da una democrazia. Come al solito,
una frotta di articoli scritti da influenti neo-con esposero le ragioni
di un attacco all’Iran. “La liberazione dell’Iraq
ਠstata solo la prima grande battaglia per il futuro del Medio
Oriente, ma la prossima grande sfida – speriamo non militare
– sarà  con l’Iran.”, cosଠscriveva
William Kristol sul Weekly Standard del 12 maggio.

La pronta risposta dell’amministrazione alle pressioni della
Lobby fu un superlavoro per far interrompere all’Iran il suo
programma nucleare. Con poco successo, in verità , visto che
l’Iran sembra determinato a crearsi un arsenale atomico. Di
conseguenza la Lobby ha intensificato la pressione. Editoriali e
articoli non fanno altro che mettere in guardia su un imminente
pericolo nucleare iraniano, raccomandano cautela nei confronti di
qualunque concessione da parte di un regime “terroristico”,
e fanno sottili allusioni ad un’azione preventiva, nel caso la
diplomazia dovesse fallire. La Lobby sta spingendo il Congresso ad
approvare l’Atto per il Supporto alla Libertà 
dell’Iran, che dovrebbe ampliare le sanzioni già 
esistenti. Anche il governo di Israele avverte che potrebbe dare il via
ad un’azione preventiva, se l’Iran persistesse nel suo
programma nucleare, ma sembra una minaccia fatta più che altro
per attirare l’attenzione di Washington sul problema.

Qualcuno potrebbe obiettare che in fin dei conti Israele e la Lobby non
hanno influenzato più di tanto la politica nei confronti
dell’Iran, visto che gli Stati Uniti hanno le loro ragioni per
impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare.
C’ਠqualcosa di vero, ma le ambizioni nucleari
dell’Iran in realtà  non costituiscono una minaccia per gli
Usa. Se Washington ਠriuscita a convivere con un Unione
Sovietica nucleare, una Cina nucleare e perfino con una Corea del Nord
nucleare, allora puಠconvivere anche con il nucleare iraniano. E
questo ਠil motivo per cui la Lobby deve mantenere alta la
pressione sui politici statunitensi. Anche se la Lobby non esistesse,
difficilmente Teheran e Washington sarebbero alleati, ma sicuramente la
politica statunitense sarebbe molto più moderata, e
un’ipotesi di guerra preventiva non verrebbe neanche presa in
considerazione.

àˆ alquanto prevedibile il desiderio da parte di Israele e dei
suoi sostenitori americani che gli Usa affrontino qualunque problema
relativo alla sicurezza di Israele. Se i loro sforzi per indirizzare la
politica americana andranno a buon fine, tutti i nemici di Israele
verranno indeboliti o sconfitti, Israele avrà  mano libera con i
palestinesi, e la maggior parte dei combattimenti, dei morti, della
ricostruzione e dei risarcimenti ricadrà  sulle spalle degli
Stati Uniti. Ma anche nel caso in cui Washington fallisse nei suoi
progetti di trasformazione del Medio Oriente, e si ritrovasse a
combattere contro l’intero mondo fondamentalista arabo e
islamico, Israele finirà  comunque sotto l’ala protettiva
dell’unica superpotenza esistente al mondo. Dal punto di vista
della Lobby, quest’ultimo non sarebbe il risultato perfetto, ma
sarebbe ovviamente meglio che rimanere isolati, o essere addirittura
costretti ad una pace con i palestinesi.

Puಠdunque il potere della Lobby essere in qualche modo
limitato? Data la debacle irachena, la conseguente necessità  da
parte degli Stati Uniti di ricostruirsi un’immagine nel mondo
arabo, e le recenti rivelazioni riguardo alcuni esponenti
dell’AIPAC che hanno passato segreti governativi statunitensi ad
Israele, si potrebbe rispondere affermativamente. Si potrebbe anche
pensare che la morte di Arafat, e l’elezione del più
moderato Mahmoud Abbas possa indurre Washington a sostenere con vigore
e imparzialità  un accordo di pace. In pratica, ci sarebbero
svariati motivi per prendere le distanze dalla Lobby e adottare una
politica mediorientale più aderente agli interessi nazionali.
Inoltre, usare tutto quel grande potere per ottenere la pace fra
Israele e Palestina, aiuterebbe il processo di democratizzazione in
tutta la regione.

Ma tutto questo non accadrà , almeno non a breve termine,
perchà© l’AIPAC e suoi alleati (inclusi i Sionisti
Cristiani) non hanno alcun serio avversario nel mondo delle lobby.
Sanno che sta diventando sempre più difficile sostenere la causa
di Israele, e reagiscono reclutando sempre più persone ed
ampliando il loro campo d’azione. Per di più, i politici
statunitensi sono sempre molto sensibili ai finanziamenti elettorali e
ad altre forme di pressione politica, e i grandi canali informativi
sono propensi a rimanere dalla parte di Israele, qualunque cosa
succeda. Il potere della Lobby crea problemi su più fronti.
Incrementa il rischio di attacchi terroristici in tutto il mondo,
soprattutto nei paesi europei alleati degli Stati Uniti. Ha reso
impossibile arrivare alla conclusione del conflitto
Israelo-Palestinese, una situazione che fornisce agli estremisti uno
straordinario mezzo persuasivo nel reclutamento dei volontari,
incrementando le file di terroristi e simpatizzanti, e contribuisce
all’espansione del fondamentalismo islamico in Europa e Asia.
Fatto non meno preoccupante, le pressioni della Lobby potrebbero
portare gli Stati Uniti ad un attacco contro Iran e Siria, con
conseguenze potenzialmente devastanti. Nessuno ha bisogno di un altro
Iraq. Bene che vada, l’ostilità  della Lobby nei confronti
di quei due paesi, renderà  quasi impossibile per Washington
chiedere loro un sostegno nella battaglia contro Al-Quaeda, o contro la
resistenza irachena, quando il loro aiuto ਠinvece necessario.
C’ਠanche un aspetto morale da sottolineare. Grazie alla
Lobby, gli Stati Uniti sono diventati de facto fautori
dell’espansione israeliana nei Territori Occupati, rendendosi
dunque complici dei crimini perpetrati nei confronti dei palestinesi.
Questa situazione taglia le gambe agli sforzi da parte di Washington di
“esportare la democrazia”, e ne evidenzia l’ipocrisia
di fondo, nel momento in cui esorta altre nazioni a rispettare i
diritti umani. Ugualmente ipocrita appare il tentativo di limitare gli
arsenali nucleari, dato che poi accetta supinamente l’arsenale
nucleare israeliano, che oltretutto costituisce uno dei motivi per cui
anche altri paesi desiderano dotarsi dell’atomica.

Inoltre, la volontà  della Lobby di soffocare qualunque dibattito
su Israele ਠinsano per una democrazia. Imbavagliare gli
scettici organizzando schedature e boicottaggi – oppure
accusandoli di antisemitismo – viola il principio della
libertà  di opinione su cui si basa qualsiasi democrazia.
L’impossibilità  da parte del Congresso di condurre una
discussione aperta su questioni di tale importanza, paralizza
l’intero processo decisionale democratico. I fiancheggiatori di
Israele devono essere liberi di sostenere le loro ragioni e di sfidare
chi ਠin disaccordo con loro, ma i tentativi di reprimere le
opinioni contrarie tramite l’intimidazione vanno duramente
condannati.

Tirando le somme, l’influenza della Lobby ਠstata
controproducente anche per Israele. La sua abilità  di convincere
Washington a sostenere politiche espansionistiche, ha dissuaso Israele
dal cogliere opportunità  – quali un trattato di pace con
la Siria o una pronta e piena applicazione degli Accordi di Oslo
– che avrebbero salvato molte vite israeliane e ridotto il numero
di estremisti palestinesi. Negare ai palestinesi i loro legittimi
diritti politici, non ha certamente reso Israele un paese più
sicuro, e la tattica di uccidere o emarginare una generazione di leader
ha conferito sempre più potere a gruppi estremisti come Hamas, e
reso difficile per un capo palestinese avere la volontà  di
accettare un accordo onesto, e la possibilità  di metterlo in
pratica. Sarebbe stato molto meglio anche per Israele se la Lobby
avesse avuto meno potere, e se la politica degli Stati Uniti fosse
stata più equidistante.

Tuttavia, esiste ancora una punta di speranza. Nonostante la Lobby sia
ancora una forza molto potente, sta diventando sempre più
difficile nascondere i disastrosi effetti della sua politica. Una
nazione potente puಠcondurre una politica errata per un certo
periodo, ma la realtà  non puಠessere ignorata per sempre.
Ciಠdi cui si ha bisogno ਠuna discussione schietta sul
reale potere della Lobby, e un dibattito molto più aperto sugli
interessi degli Stati Uniti in quella regione di vitale importanza. Il
benessere di Israele ਠcertamente uno di quegli interessi, ma la
sua continua occupazione della Cisgiordania e i suoi progetti
espansionistici nella regione non lo sono. Un dibattito serio
porterebbe alla luce i limiti strategici e morali di questo sostegno
univoco e incondizionato, e potrebbe portare gli Stati Uniti su
posizioni maggiormente coerenti con i loro interessi, con gli interessi
degli altri paesi della ragione, e perfino con gli interessi a lungo
termine di Israele.

Nei decenni scorsi, soprattutto dopo la fine della Guerra dei Sei
Giorni del 1967, le relazioni fra Stati Uniti e Israele hanno
costituito il cardine della politica mediorientale statunitense.
L’incondizionato supporto ad Israele e i tentativi di
“esportare la democrazia” in tutta la regione hanno gettato
benzina sul fuoco della contestazione araba e islamica, e messo a
repentaglio la sicurezza non solo degli Stati Uniti, ma anche di gran
parte del resto del mondo. Questa situazione non ha precedenti nella
storia politica statunitense. Perchਠgli Stati Uniti hanno
voluto compromettere la loro stessa sicurezza e quella dei loro
alleati, per difendere gli interessi di un’altra nazione? Si
potrebbe sostenere che il legame tra i due paesi sia fondato sulla
condivisione dei medesimi interessi strategici e di rigorosi imperativi
morali, ma nemmeno questa spiegazione puಠgiustificare
l’enorme mole di materiale e di supporto diplomatico fornito ad
Israele.” In realtà , le ingerenze degli Usa nella regione
derivano quasi interamente dalla politica interna, e soprattutto
dall’attività  della cosiddetta “Lobby
Ebraica”. Altri gruppi di potere sono riusciti ad indirizzare la
politica estera, ma nessuna lobby ਠmai riuscita a dirottarla
cosଠlontano dagli interessi nazionali, riuscendo nello stesso
tempo a convincere l’opinione pubblica che gli interessi degli
Stati Uniti coincidevano perfettamente con quelli di Israele.

Dalla Guerra del Kippur di Ottobre 1973, Washington ha fornito ad
Israele un supporto tale da fare impallidire quello dato a qualunque
altro paese. Dal 1976 in poi, ਠstato il maggiore beneficiario
annuale di sovvenzioni militari ed economiche, e il maggior
beneficiario in assoluto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale,
avendo ricevuto la gigantesca somma di 140 miliardi di dollari. Israele
riceve circa 3 miliardi di dollari all’anno in finanziamenti
diretti, all’incirca un quinto dell’intera cifra destinata
agli aiuti esteri, il che significa 500 dollari all’anno per ogni
israeliano. Tutta questa generosità  colpisce in modo
particolare, soprattutto perch੠oggi Israele ਠuna ricca
potenza industriale, con un reddito pro capite molto simile a quello
della Corea del Sud o della Spagna.

Gli altri beneficiari ricevono il denaro con cadenza trimestrale,
invece Israele riceve l’intera somma all’inizio di ogni
anno fiscale, avendo quindi anche la possibilità  di percepirne
gli interessi. Molti destinatari che ricevono aiuti per scopi militari,
sono obbligati a spendere tutta la cifra negli Stati Uniti, mentre ad
Israele ਠconcesso di utilizzare circa il 25 per cento dei suoi
finanziamenti per sostenere la propria industria bellica. E’
l’unico beneficiario che non ਠtenuto a rendere conto su
come spende i soldi degli aiuti, il che rende virtualmente impossibile
evitare che il denaro venga impiegato per scopi a cui gli Usa sono
contrari, come ad esempio la costruzione di insediamenti nella
Cisgiordania. Come se non bastasse, gli Stati Uniti hanno messo a
disposizione di Israele quasi 3 miliardi di dollari per lo sviluppo dei
suoi armamenti, oltre a permettergli l’acquisto di armamenti di
primo livello, come gli elicotteri Blackhawk o i caccia F-16. Per
chiudere, gli Usa concedono ad Israele libero accesso alle informazioni
dei servizi segreti, negate invece ai loro alleati della NATO, ed hanno
chiuso entrambi gli occhi quando Israele si ਠdotato di armi
nucleari.

Washington si occupa anche di fornire un consistente sostegno
diplomatico. Dal 1982, gli Stati Uniti hanno posto il veto su 32
risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contrarie ad
Israele, più del numero totale di veti posti da tutti gli altri
membri del Consiglio. Inoltre gli Usa continuano a contrastare gli
sforzi compiuti dagli stati arabi affinchà© l’arsenale
nucleare israeliano venga inserito nel programma di controlli della
IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica).

Gli Stati Uniti corrono in soccorso di Israele in tempo di guerra, e si
schierano al suo fianco in tempo di pace. L’amministrazione Nixon
lo ha protetto dalla minaccia di un’invasione sovietica, e lo ha
sovvenzionato durante la Guerra del Kippur. Washington à¨
intervenuta pesantemente durante i negoziati che posero fine a quella
guerra, cosଠcome nel lungo processo “passo a passo”
che ne seguà¬, e allo stesso modo giocಠun ruolo
fondamentale nei negoziati che precedettero e seguirono gli accordi di
Oslo del 1993. In ognuno di questi casi ci furono sporadici attriti fra
Stati Uniti e Israele, ma il supporto alle posizioni di Israele fu
sempre molto consistente. Un funzionario statunitense che
partecipಠagli incontri di Camp David del 2000, in seguito
affermà²: “Troppo spesso la nostra funzione ਠstata
quella di fare l’avvocato di Israele.” In definitiva,
l’ambizione del governo Bush di trasformare il Medio Oriente
à¨, almeno parzialmente, rivolta al miglioramento della
situazione strategica di Israele.

Questa straordinaria generosità  sarebbe comprensibile se Israele
fosse una risorsa strategica vitale, oppure se esistesse un obbligo
morale di protezione da parte degli Stati Uniti, ma nessuna di queste
due ragioni suona convincente. Qualcuno potrebbe obiettare che, durante
la Guerra Fredda, Israele ਠstato un prezioso alleato, fungendo
da mandatario degli Usa. Dopo il 1967 inoltre, contribuଠa
contenere l’espansione sovietica nella regione, ed inflisse
sconfitte militari umilianti ad alleati dell’URSS come Siria ed
Egitto. Occasionalmente offrଠanche protezione ad alleati
statunitensi (ad esempio Re Hussein di Giordania), e le sue
capacità  militari costrinsero Mosca a spendere molto di
più per supportare adeguatamente i suoi stati clienti.
Fornଠpoi agli Stati Uniti utili informazioni riguardo al
potenziale sovietico.

Tuttavia, l’appoggio ad Israele ਠstato tutt’altro
che a buon mercato, e ha complicato le relazioni fra gli Stati Uniti e
il mondo arabo. Per esempio, la decisone di dare ad Israele 2,2
miliardi di dollari in aiuti militari di emergenza durante la Guerra
d’Ottobre (o Guerra del Kippur), innescಠun embargo
petrolifero da parte dell’OPEC che ebbe conseguenze catastrofiche
sulle economie occidentali. Da parte loro, le forze armate israeliane
non erano nelle condizioni di ricambiare il favore, proteggendo gli
interessi degli Usa nella regione, e infatti, gli Stati Uniti non
poterono contare su Israele quando la Rivoluzione Iraniana del 1979
sollevಠpreoccupazioni riguardo alla sicurezza delle forniture
di petrolio, e dovettero invece istituire una propria Forza di
Spiegamento Rapido.

La prima Guerra del Golfo rivelಠla vera dimensione
dell’importanza strategica che Israele stava assumendo. Gli Stati
Uniti non avrebbero potuto usare la basi israeliane senza mandare
all’aria la coalizione anti-Iraq, e furono costretti a dirottare
notevoli risorse (come la batterie di missili Patriot) per evitare che
Tel Aviv prendesse iniziative che potessero mettere in pericolo
l’alleanza contro Saddam Hussein. La storia si ਠripetuta
nel 2003: nonostante Israele fosse un accanito sostenitore
dell’attacco all’Iraq, Bush non potਠchiedergli
aiuto per non scatenare l’opposizione araba, e cosଠancora
una volta Israele rimase in panchina.

All’inizio degli anni 90, e soprattutto dopo l’11
settembre, il sostegno da arte degli Usa ਠstato giustificato
con il fatto che entrambe le nazioni sono minacciate dal terrorismo
arabo e musulmano, e da quegli “stati canaglia” che
appoggiano gruppi terroristici e preparano armi di distruzione di
massa. Questo sta a significare che non solo Washington dovrebbe dare
carta bianca ad Israele nel trattare con i palestinesi, senza quindi
obbligarli a fare concessioni fino a quando i terroristi non saranno
stati tutti catturati e uccisi, ma che anche gli Stati Uniti devono
perseguitare paesi come l’Iran e la Siria. Di conseguenza,
Israele viene presentato come un alleato fondamentale nella guerra al
terrorismo, perchà© i suoi nemici sono anche i nemici degli Stati
Uniti.

Il “Terrorismo” non ਠun unico avversario, ma una
tattica impiegata da un vasto assortimento di gruppi politici. Le
organizzazioni terroristiche che minacciano Israele non sono le stesse
che minacciano gli Stati Uniti, tranne quando intervengono contro di
loro (come in Libano nel 1982). Oltretutto il terrorismo palestinese
non ਠuna violenza casuale diretta contro Israele o contro un
generico “Occidente”, ma la risposta alla reiterata
campagna di colonizzazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza
condotta dagli israeliani.

Dire che Israele e Stati Uniti condividono una comune minaccia
terroristica significa stabilire una relazione di causa-effetto
rovesciata: gli Stati Uniti sono minacciati dal terrorismo a causa
della loro stretta alleanza con Israele, e non il contrario.
Quest’alleanza non ਠl’unica causa del terrorismo,
ma sicuramente una delle più importanti, e rende ancora
più difficile la vittoria nella guerra contro il terrore. Non
c’ਠalcun dubbio sul fatto che molti dei capi di
Al-Quaeda, incluso Bin Laden, traggano motivazioni dalla presenza
israeliana a Gerusalemme e dalla difficile situazione dei palestinesi.
Un incondizionato sostegno ad Israele non fa altro che facilitare il
compito degli estremisti nel portare dalla propria parte
l’opinione pubblica e nel reclutare volontari.

Cosà¬, i cosiddetti stati canaglia in Medio Oriente non sono una
vera minaccia per gli interessi vitali degli Stati Uniti, ma lo
diventano nel momento in cui lo sono per Israele. Perfino se questi
stati acquisissero armi atomiche, cosa ovviamente non auspicabile,
nà© gli Usa nà© Israele potrebbero essere davvero
ricattabili, poichà© il ricattatore non potrebbe mettere in atto
le minacce senza poi dover subire una terribile rappresaglia. Il
pericolo che i terroristi vengano in possesso di armi nucleari à¨
comunque remoto, perchà© uno stato canaglia non potrebbe avere la
certezza che la consegna passerebbe inosservata, o che non verrebbero
accusati e immediatamente puniti. Le attuali relazioni con Israele
rendono sempre più difficile per gli Stati Uniti trattare con
questi paesi. L’arsenale nucleare israeliano ਠuna delle
ragioni per cui alcuni degli stati vicini pretendono l’atomica, e
minacciare di invaderli non fa altro che alimentare questo desiderio.

Un’ultima ragione per mettere in dubbio il reale valore
strategico di Israele ਠil fatto che non si comporta da alleato
leale. I funzionari israeliani spesso ignorano le richieste degli Usa e
si rimangiano le promesse (inclusi gli impegni a non costruire
più insediamenti e ad astenersi dagli “omicidi
mirati” dei leader palestinesi). Israele ha fornito tecnologia
militare a potenziali avversari degli Stati Uniti, come la Cina, in
quello che un ispettore generale del Dipartimento di Stato ha definito
“un sistematico e crescente processo di trasferimenti non
autorizzati”. Secondo il General Accounting Office (l’Ufficio Contabile del Congresso, l’equivalente della nostra Corte dei Conti. N.d.T.),
Israele conduce anche “la più aggressiva campagna di
spionaggio nei confronti degli Usa di qualunque altro alleato”.
Come se non fosse bastato il caso di Jonathan Pollard, che nei primi
anni ’80 consegnಠad Israele un’enorme
quantità  di materiale classificato (materiale che venne in
seguito passato all’Unione Sovietica in cambio di visti
d’uscita per molti ebrei russi), una nuova controversia à¨
scoppiata nel 2004, quando si ਠvenuto a sapere che un alto
funzionario del Pentagono, Larry Franklin, aveva passato informazioni
riservate ad un diplomatico israeliano. Israele non ਠcertamente
l’unico paese che spia gli Stati Uniti, ma la sua tendenza a
spiare i suoi principali benefattori getta parecchi dubbi sul suo
effettivo valore strategico.

Ma il valore strategico di Israele non ਠl’unica questione
in discussione. I suoi sostenitori affermano che il paese merita
appoggio incondizionato perch੠ਠdebole e circondato da
nemici; perch੠ਠun paese democratico; perch੠il
popolo ebraico ha subito in un recente passato terribili crimini e
dunque merita un trattamento di favore, e perchਠla linea di
condotta di Israele ਠmoralmente superiore a quella di tutti
suoi nemici. Ad un esame più attento, nessuna di queste ragioni
ਠconvincente. Difendere l’esistenza di Israele à¨
sicuramente un dovere morale, ma la sua esistenza non ਠin
pericolo. Guardando le cose in modo più obiettivo, il suo
comportamento passato e presente non offre alcuna base che giustifichi
il dovere morale di privilegiarlo rispetto ai palestinesi.

Israele viene spesso dipinto come Davide che affronta Golia, ma
probabilmente l’esempio opposto ਠmolto più vicino
alla realtà . Al contrario di quello che la gente pensa, durante
la Guerra d’Indipendenza del 1947-49, i Sionisti avevano
l’esercito più grande, meglio equipaggiato e meglio
guidato; inoltre le forze armate israeliane ottennero vittorie facili e
rapide contro l’Egitto nel 1956, e contro Egitto, Giordania e
Siria nel 1967. Tutto questo ben prima che gli Stati Uniti iniziassero
la loro politica di aiuti su larga scala. Oggi Israele ਠla
più potente forza militare in tutto il Medio Oriente. Le sue
forze convenzionali sono di gran lunga superiori a quelle dei suoi
vicini, ed ਠl’unico paese della regione a possedere armi
atomiche. Egitto e Giordania hanno firmato trattati di pace, e
l’Arabia Saudita si ਠofferta di farlo; la Siria ha perso
la protezione dell’Unione Sovietica; l’Iraq ਠuscito
devastato da tre guerre disastrose e l’Iran ਠdistante
centinaia di chilometri. I palestinesi hanno a malapena una forza di
polizia effettiva, figuriamoci un esercito in grado di costituire una
minaccia per Israele. Secondo un rapporto del Centro per gli Studi
Strategici dell’Università  di Tel Aviv, “la bilancia
strategica pende decisamente dalla parte di Israele, che continua ad
ampliare il gap qualitativo fra la propria capacità  militare e
quella dei paesi confinanti”. Se tifare per il più debole
fosse un bisogno irresistibile, allora gli Stati Uniti dovrebbero
sostenere i nemici di Israele.

La scusa che Israele sia un’indifesa democrazia circondata da
dittature ostili, non giustifica l’attuale livello di sostegno
che riceve: esistono in tutto il mondo molte democrazie, ma nessuna di
esse riceve un tale sontuoso supporto. Oltretutto, in passato gli Stati
Uniti hanno rovesciato governi democratici e sostenuto dittature quando
ciಠandava incontro ai loro interessi, e tuttora hanno ottime
relazioni con parecchi dittatori.

Alcuni aspetti della democrazia in Israele sono in contraddizione con i
valori degli Stati Uniti. Ad esempio, a differenza degli Usa, dove le
persone si suppone debbano avere eguali diritti senza distinzioni di
razza o religione, lo Stato di Israele ਠstato esplicitamente
fondato come stato Ebraico, e il diritto di cittadinanza à¨
basato sul principio della consanguineità . Dunque non sorprende
affatto che un milione e trecentomila arabi vengano trattati come
cittadini di serie b, o che una recente commissione governativa abbia
rilevato che Israele si comporta nei loro confronti in modo
“noncurante e discriminatorio”. Inoltre la loro posizione
democratica ਠindebolita dal rifiuto di garantire ai palestinesi
un loro proprio stato e pieni diritti politici.

La terza giustificazione ਠla storia delle sofferenze inflitte
al popolo ebraico dall’occidente cristiano, con particolare
riferimento all’Olocausto. Poichà© gli ebrei sono stati
perseguitati per secoli e possono sentirsi al sicuro soltanto in uno
stato ebraico, molta gente pensa che gli Stati Uniti debbano loro un
trattamento di favore. La creazione di uno stato d’Israele ha
senza dubbio rappresentato un’efficace risposta al lungo elenco
di crimini perpetrati contro gli ebrei, ma ha anche costituito il
pretesto per i verificarsi di nuovi crimini contro un terzo soggetto
assolutamente innocente: i palestinesi.

Quest’aspetto era stato preso in considerazione dai primi leader
di Israele. David Ben Gurion disse una volta a Nahum Goldmann,
presidente del Congresso Ebraico Mondiale: “Se io fossi un leader
arabo, non vorrei mai trovarmi a fare i conti con Israele. E’
naturale, noi abbiamo preso il loro paese…Veniamo da Israele, ma
duecento anni fa, e cos’ha questo a che vedere con loro? Ci sono
stati l’anti-semitismo, il Nazismo, Hitler, Auschwitz, ma loro di
cosa hanno colpa? I palestinesi sanno solo che noi siamo arrivati qui e
ci siamo appropriati del loro paese. Perchà© dovrebbero
accettarlo?”

Da allora, i capi di governo israeliani hanno più volte cercato
di negare le ambizioni nazionalistiche dei palestinesi. Golda Meir, al
tempo in cui era Primo Ministro, pronunciಠla famosa frase
“Il popolo palestinese non esiste”. Le pressioni violente
da parte degli estremisti e la crescita della popolazione palestinese
hanno costretto Israele ad abbandonare la Striscia di Gaza e a prendere
in considerazione alcuni compromessi territoriali, ma nemmeno Yitzhak
Rabin ਠstato in grado di offrire ai palestinesi un vero e
proprio stato. Le “generose” offerte di Ehud Barak a Camp
David hanno concesso loro solo un pugno di Bantustans (una sorta di ghetto. N.d.T.),
di fatto sotto il controllo di Israele. In definitiva, la tragica
storia del popolo ebraico non legittima gli Stati Uniti ad aiutare
Israele sempre e comunque.

I suoi fiancheggiatori sostengono inoltre che Israele abbia sempre
cercato la pace e dimostrato grande moderazione anche quando à¨
stato provocato. Per contro, gli arabi hanno sempre agito con grande
malvagità . La verità  à¨ che il passato di Israele
non ਠdiverso da quello dei suoi nemici. Ben Gurion ammetteva
che i primi Sionisti furono tutt’altro che benevoli nei confronti
degli arabi palestinesi che resistettero all’invasione, cosa non
certo sorprendente, dato che i sionisti cercavano di crearsi un loro
stato in terra araba. Allo stesso modo, la creazione di Israele nel
1947-48 necessitಠdi atti di pulizia etnica, incluse esecuzioni,
massacri e stupri, e da allora la condotta di Israele ਠsempre
stata brutale, contraddicendo cosଠqualunque affermazione sulla
sua presunta superiorità  morale. Ad esempio, fra il 1949 e il
1956 le forze di sicurezza israeliane uccisero fra i 2700 e i 5000
infiltrati arabi, e la maggior parte di essi erano disarmati.
L’IDF (l’esercito israeliano) ha assassinato centinaia di
prigionieri di guerra egiziani, catturati durante le guerre del 1956 e
del 1967, mentre nel 1967 espulse fra i 100.000 e i 260.000 palestinesi
dai Territori Occidentali appena conquistati, e deportಠ80.000
siriani dalle Alture del Golan.

Durante la prima Intifada, l’IDF distribuଠmanganelli alle
proprie truppe, incoraggiandole ad usarli contro i manifestanti
palestinesi. La sezione svedese di Save The Children ha calcolato che
“nei primi due anni di Intifada, dai 23.600 ai 29.900 bambini
ebbero bisogno di cure mediche a causa delle ferite inferte loro dai
manganelli”. Circa un terzo di loro aveva dieci anni, o meno. La
reazione alla seconda Intifada fu persino più violenta,
spingendo l’Ha’aretz (importante quotidiano liberal israeliano. N.d.T.)
a dichiarare: “L’IDF…si sta trasformando in una
macchina di morte la cui scioccante efficienza incute terrore”.
L’IDF, nei primi giorni dell’insurrezione, esplose un
milione di proiettili. Da allora, per ogni israeliano ucciso sono morti
3,4 palestinesi, la maggior parte dei quali innocenti vittime
collaterali, e il rapporto fra bambini palestinesi e israeliani uccisi
ਠperfino superiore (5,7:1). Vale anche la pena ricordare che i
sionisti contarono sulle bombe dei terroristi per far arrivare gli
inglesi dalla Palestina, e che Yitzhak Shamir, prima terrorista e poi
divenuto Primo Ministro, dichiarà²: “Nà© la morale e
nà© la tradizione degli ebrei possono impedire che il terrorismo
venga usato come mezzo per combattere”.

L’uso del terrorismo da parte dei palestinesi puಠessere
sbagliato, ma non deve sorprendere, visto che ritengono di non avere
nessun altro modo per ottenere concessioni da parte di Israele. Anche
Ehud Barak una volta ha ammesso che se fosse stato palestinese
“sarebbe entrato a far parte di un’organizzazione
terroristica”.

In definitiva, se non vi sono nà© motivazioni strategiche
nà© morali, allora come si spiega questo sostegno incondizionato
ad Israele da parte degli Stati Uniti?

La spiegazione sta nel potere incontrastato della Lobby Ebraica. Per
indicare questa larga coalizione di individui e organizzazioni che
lavora alacremente per indirizzare la politica estera statunitense in
una direzione filo-israeliana, basta semplicemente un nome: la
“Lobby”. Questo non sottintende il fatto che “la
Lobby” sia un movimento unificato, con una leaderhip centrale, o
che alcuni individui che ne fanno parte non siano a volte in disaccordo
su alcune questioni. Non tutti gli ebrei americani fanno parte della
Lobby, perchà© per molti di loro la questione israeliana non
riveste grande importanza. In un sondaggio del 2004, per esempio, circa
il 36 per cento di ebrei americani ha dichiarato di essere
“poco” o “per niente” coinvolto emotivamente
dal problema.

Inoltre, gli ebrei americani dissentono su alcune specifiche linee
politiche di Israele. Molte delle organizzazioni chiave che fanno parte
della Lobby, come l’AIPAC (American Israel Public Affairs
Committee – Comitato americano-israeliano per gli affari pubblici) o la
Conference of Presidents of Major Jewish American Organisations
(Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche
americane), sono guidate da integralisti che sostengono la politica
espansionista del partito Likud (il partito conservatore israeliano – N.d.T.)
e la sua ostilità  al processo di pace di Oslo. Il grosso degli
ebrei americani ਠinvece maggiormente incline a fare delle
concessioni ai palestinesi, e alcuni gruppi come il Jewish Voice for
Peace, invocano a gran voce una politica di questo tipo. Nonostante
queste differenze, moderati e integralisti si trovano d’accordo
sul dare un deciso supporto ad Israele.

Non deve affatto sorprendere che i leader ebrei americani consultino
spesso i governanti israeliani, per essere certi che le loro azioni
siano in linea con gli interessi del paese. Un attivista di una grande
organizzazione ebraica ha scritto: “Per noi ਠordinaria
amministrazione dire: questa ਠla nostra posizione su un
determinato argomento, ora dobbiamo sapere cosa ne pensa Israele. Siamo
una comunità , e ci comportiamo come tale”. Esistono forti
remore nel criticare la politica di Israele, e fare pressione su
Israele ਠconsiderato un atto di insubordinazione. Edgar
Bronfman Sr, presidente del Congresso Ebraico Mondiale, ਠstato
accusato di “perfidia” quando a metà  del 2003
scrisse una lettera al presidente Bush, in cui lo esortava a persuadere
Israele affinchà© bloccasse la costruzione del controverso
“Recinto di Sicurezza”. Chi lo criticà², disse:
“Sarebbe osceno se il presidente del Congresso Ebraico Mondiale
costringesse il presidente degli Stati Uniti a contrastare la condotta
politica dello stato di Israele.”

Allo stesso modo, quando il presidente del Forum sulle Politiche di
Israele, Seymour Reich, nel novembre 2005 consigliಠa
Condoleezza Rice di chiedere ad Israele la riapertura di un passaggio
al confine con la Striscia di Gaza, la sua azione venne definita
“irresponsabile”. Si disse: “Nella principale
corrente ebraica non c’ਠassolutamente spazio per
iniziative che sollecitino azioni in contrasto con la sicurezza di
Israele.” Intimorito dagli attacchi, Reich fece un passo
indietro, dichiarando: “Quando si tratta di Israele, la parola
“pressione” non fa parte del mio vocabolario.”

Per influenzare la politica estera degli Usa, gli ebrei americani hanno
messo in piedi un’impressionante spiegamento di organizzazioni,
la più potente e conosciuta delle quali ਠl’AIPAC.
Nel 1997, la rivista Fortune chiese
ai membri del congresso e ai rispettivi staff di stilare una lista
delle più influenti lobby di Washington. L’AIPAC si
classificಠal secondo posto, dietro all’AARP (Associazione
Americana dei Pensionati), ma davanti ai sindacati dell’AFL-CIO
(Federazione Americana del lavoro ed Associazione delle Organizzazioni
Industriali) e alla NRA (National Rifle Association,
l’Associazione dei Produttori di Armi). Uno studio del National Journal del
marzo 2005 ਠarrivato alle stesse conclusioni, posizionando
l’AIPAC in seconda posizione a pari merito con l’AARP.

La Lobby include anche personalità  di spicco della chiesa
Cristiana Evangelica, come Gary Bauer, Jerry Falwell, Ralph Reed e Pat
Robertson, cosଠcome Dick Armey e Tom DeLay, ex membri della
Camera dei Rappresentanti al Congresso, tutti convinti che la rinascita
dello stato di Israele rappresenti la realizzazione delle profezie
bibliche, e dunque entusiasti sostenitori delle sue politiche
espansioniste; non esserlo, pensano, sarebbe contrario al volere di
Dio. Fanno parte della Lobby anche neo-conservatori moderati come John
Bolton; Robert Bartley, l’ex direttore del Wall Street Journal;
William Bennett, ex Segretario all’Istruzione; Jeane Kirkpatrick,
ex ambasciatrice delle Nazioni Unite, e il potente columnist Gorge Will.

La particolare forma di governo degli Stati Uniti offre ai lobbisti
molte possibilità  di influenzare il processo politico. I gruppi
di influenza possono controllare i rappresentanti e i membri del potere
esecutivo, finanziare i partiti, votare alle elezioni, o cercare di
plasmare l’opinione pubblica. Essi dispongono di un potere
spropositato quando si interessano di questioni che la maggioranza
della popolazione ignora. In questo caso, i politici tendono ad
accontentarli, sapendo che la gente, essendo all’oscuro della
questione, non potrà  mai penalizzarli per averlo fatto.

Nelle sue operazioni di base, la Lobby non si comporta in modo diverso
dalle lobby degli agricoltori, dai sindacati degli operai tessili o
dalle lobby etniche. Quando gli ebrei americani e i loro alleati
cristiani tentano di influenzare la politica, non fanno niente di
scorretto: l’attività  della Lobby non ਠuna
cospirazione del genere descritto in documenti come i Protocolli dei
Savi di Sion. In sostanza, gli individui e i gruppi che ne fanno parte,
si comportano come si comportano tutti gli altri grandi gruppi di
influenza, solo che lo fanno molto meglio. Per contro, i gruppi di
interesse filo-arabo, ammesso che ne esistano, sono molto deboli, il
che rende il lavoro della Lobby ancora più semplice.

La Lobby porta avanti due strategie di base. Primo, esercitare la sua
notevole influenza a Washington, facendo pressione sia sul Congresso
che sul ramo esecutivo. Qualunque possa essere la visione individuale
di legislatori e politici, la Lobby cerca sempre di far passare il
sostegno ad Israele come la scelta più
“intelligente” da fare. Secondo, battersi per far sà¬
che nei discorsi pubblici, Israele venga sempre ritratto sotto una luce
positiva, ripetendo le leggende sulla sua fondazione e favorendo il suo
punto di vista nei dibattiti politici. L’obiettivo à¨
quello di evitare che nell’arena politica vengano alla luce
commenti critici. Controllare il dibattito ਠessenziale per
garantire il sostegno degli Stati Uniti, perchà© un confronto
aperto e libero sulle relazioni Usa-Israele potrebbe facilmente portare
ad una politica differente.

Il pilastro su cui si regge l’efficacia della Lobby ਠla
sua influenza sul Congresso, luogo in cui Israele ਠvirtualmente
immune da ogni critica. Questo fatto ਠgià  di per
sà© rimarchevole, visto che il raramente il Congresso glissa su
questioni importanti, mentre invece, quando si parla di Israele, tutti
i potenziali avversari ammutoliscono. Una delle ragioni ਠche
alcuni membri chiave sono cristiani sionisti, come Dick Armey, che nel
settembre del 2002 affermà²: “In politica estera, la mia
prima preoccupazione ਠla protezione di Israele.” Si
potrebbe anche obiettare che la prima preoccupazione di un
rappresentante del Congresso dovrebbe essere quella di proteggere gli
Stati Uniti. Ci sono poi senatori e membri del Congresso ebrei che
lavorano per assicurare che la politica estera Usa sia in linea con gli
interessi di Israele.

Un’altra fonte da cui nasce il potere della Lobby ਠil suo
utilizzo di membri filo-israeliani negli staff dei politici. Come ha
ammesso una volta Morris Amitay, ex capo dell’AIPAC,: “Ci
sono molti ragazzi ebrei che lavorano al Campidoglio, desiderosi di
interessarsi a questioni che riguardano la loro ebraicità 
[…] Tutti questi ragazzi sono nella posizione di poter
influenzare le decisioni dei loro senatori riguardo a questi problemi
[…] Si possono fare davvero un sacco di cose a livello di
staff.”

Tuttavia il cuore dell’influenza della Lobby sul congresso
ਠcostituito dalla stessa AIPAC. Il successo ਠdovuto
alla sua abilità  di ricompensare i legislatori e i candidati che
sostengono il suo programma, e di punire coloro che lo contrastano.
Nelle elezioni americane, i soldi sono fondamentali (come dimostra lo
scandalo dei loschi traffici del lobbista Jack Abramoff), e
l’AIPAC fa sempre in modo che i suoi amici ricevano forti
finanziamenti dai tanti comitati politici filo-israeliani. Chiunque
venga considerato ostile ad Israele puಠessere certo che
l’AIPAC dirigerà  i suoi finanziamenti verso il suo
oppositore politico. L’AIPAC organizza anche grandi campagne di
invio di lettere, e incoraggia i direttori dei giornali ad appoggiare
candidati filo-israeliani.

Sull’efficacia di queste tecniche non vi sono dubbi. Ecco un
esempio: nelle elezioni del 1984, l’AIPAC favorଠla
sconfitta del senatore dell’Illinois Charles Percy, il quale,
secondo un membro di rilievo della Lobby, “aveva dimostrato
insensibilità , e perfino ostilità  verso la nostra
causa”. Thomas Dine, all’epoca direttore dell’AIPAC,
spiegಠcosଠl’accaduto: “Tutti gli ebrei
americani, da costa a costa, si unirono per estromettere Percy, e i
politici, sia quelli che ricoprivano cariche pubbliche che quelli che
vi aspiravano, colsero il messaggio.”

L’influenza dell’AIPAC sul Campidoglio sta diventando
sempre maggiore. Secondo Douglas Bloomfield, un ex membro dello staff
dell’AIPAC, “Per i membri del Congresso e i loro staff,
ਠnormale, quando hanno bisogno di informazioni, rivolgersi
all’AIPAC prima ancora di consultare la Biblioteca del Congresso,
il Servizio Ricerche o gli esperti.” Cosa ancora più
importante, Bloomfield fa notare che l’AIPAC “viene spesso
chiamata in causa per scrivere discorsi, intervenire sulla
legislazione, consigliare sui metodi, fare ricerche, trovare
finanziatori e raccogliere i voti dei funzionari.”

Il risultato di tutto questo ਠche l’AIPAC, ਠdi
fatto un agente al servizio di un governo straniero; tiene per la gola
il Congresso, e di conseguenza la politica Usa nei confronti di Israele
non viene mai discussa in quella sede, nemmeno quando quella politica
ha pesanti ripercussioni nel resto del mondo. In altre parole, uno dei
tre più importanti rami del governo ਠstrettamente
vincolato al sostegno ad Israele. Ernest Hollings, ex senatore
democratico, fa notare che “non si possono avere idee su Israele
diverse da quelle che vengono imposte dall’AIPAC.” Una
volta Ariel Sharon, in un discorso pubblico agli americani, disse:
“Quando la gente mi chiede in che modo puಠaiutare
Israele, io rispondo loro: aiutate l’AIPAC.”

Anche grazie al peso esercitato dai votanti ebrei nelle elezioni
presidenziali, la Lobby influisce notevolmente anche sul ramo
esecutivo. Nonostante essi costituiscano meno del 3% della popolazione,
organizzano enormi campagne per finanziare i candidati di ambedue gli
schieramenti. Il Washington Post ha
calcolato che i candidati democratici alla presidenza ricevono dai
sostenitori ebrei fino al 60% dell’intera somma per la campagna
elettorale, e poichà© gli elettori ebrei hanno un’alta
percentuale di affluenza alle urne e sono concentrati in stati chiave
come California, Florida, Illinois, New York e Pennsylvania, i
candidati fanno di tutto per non inimicarseli. Le grandi organizzazioni
che fanno parte della Lobby, lavorano affinchà© gli oppositori di
Israele non possano occupare posti importanti in politica estera. Jimmy
Carter avrebbe voluto nominare George Ball segretario di Stato, ma
sapeva che Ball era sempre stato critico nei confronti di Israele, e
che di conseguenza la Lobby si sarebbe opposta alla nomina. Stando
cosଠle cose, qualunque aspirante politico non puಠfar
altro che mostrarsi come un sostenitore della causa israeliana, facendo
cosଠdiventare una specie in via di estinzione coloro che
criticano apertamente.

Quando Howard Dean esortಠgli Stati Uniti a prendere “una
posizione più imparziale” in merito al conflitto
arabo-israeliano, il senatore Joseph Lieberman lo accusಠdi aver
tradito la fiducia di Israele, e definଠle sue parole
“irresponsabili”. Praticamente tutti i capi democratici
firmarono un documento che stigmatizzava le affermazioni di Dean, e il Chicago Jewish Star
scrisse: “aggressori anonimi stanno intasando le caselle email
dei leader ebrei in tutto il paese, avvertendo che Dean potrebbe in
qualche modo rappresentare un pericolo per Israele.”

Questa preoccupazione era assurda. Dean ਠinfatti abbastanza
protettivo nei confronti di Israele: il suo vice in campagna elettorale
era un ex presidente dell’AIPAC, e lo stesso Dean afferma che le
sue idee sul Medio Oriente riflettono molto di più quelle
dell’AIPAC che quelle del ben più moderato Americans for
Peace Now. Egli aveva solo detto che Washington, per
“riconciliare le due parti”, dovrebbe agire come un onesto
intermediario. Questa non ਠcertamente un’idea estremista,
ma la Lobby non tollera nemmeno un’ombra di imparzialità .

Durante l’amministrazione Clinton, la politica in Medio Oriente
era molto influenzata da funzionari strettamente legati ad Israele, o
facenti parte di importanti organizzazioni filo-israeliane; eccone
alcuni: Martin Indyk, ex vicedirettore responsabile delle ricerche
dell’AIPAC e co-fondatore del filo-israeliano Istituto di
Washington per la Politica nel Vicino Oriente (Washington Institute for
Near East Policy – WINEP); Dennis Ross, entrato a far parte del WINEP
dopo aver lasciato il governo nel 2001, e Aaron Miller, vissuto in
Israele e spesso in visita in quel paese. Questi uomini erano fra i
più stretti collaboratori di Clinton durante il vertice di Camp
David, nel luglio del 2001. Nonostante tutti e tre sostenessero il
processo di pace di Oslo, e fossero favorevoli alla creazione di uno
stato palestinese, agirono solo entro i limiti stabiliti dai desiderata
di Israele. La delegazione statunitense si accodಠad Ehud Barak,
coordinando in anticipo la sua posizione nel negoziato con Israele, e
non offrendo alcuna proposta indipendente. Com’era prevedibile, i
negoziatori palestinesi si lamentarono del fatto di “dover
trattare con due governi israeliani, uno sotto la bandiera di Israele,
e l’altro sotto la bandiera degli Stati Uniti.”

Questa situazione si ਠulteriormente accentuata con
l’amministrazione Bush, in cui militano molti ferventi
sostenitori della causa israeliana, come Elliot Abrams, John Bolton,
Douglas Feith, I. Lewis ‘Scooter’ Libby, Richard Perle,
Paul Wolfowitz e David Wurmser. Come vedremo, questi funzionari hanno
pesantemente indirizzato la politica in favore di Israele, spalleggiati
dalle organizzazioni della Lobby.

Ovviamente la Lobby non desidera un dibattito pubblico, perchà©
esso potrebbe portare le persone a chiedersi quale siano i reali legami
con Israele; di conseguenza le organizzazioni filo-israeliane fanno di
tutto per controllare le istituzioni in grado di plasmare
l’opinione pubblica.

Sui grandi mezzi di comunicazione predomina il punto di vista della
Lobby: il giornalista Eric Alterman scrive che i dibattiti fra esperti
di Medio Oriente “sono dominati da persone che non possono
nemmeno pensare di criticare Israele.” Alterman ha stilato una
lista di 61 “editorialisti e commentatori che appoggiano Israele
senza alcuna riserva.” Dall’altra parte, ha contato cinque
opinionisti critici nei confronti di Israele, e che appoggiano le
posizioni arabe. Solo raramente sui giornali appaiono editoriali in
contrasto con la politica israeliana, e naturalmente la bilancia pende
nettamente dall’altra parte. E’ molto difficile pensare che
un grande giornale negli Stati Uniti possa pubblicare un articolo come
questo.

“Shamir, Sharon, Bibi (Benyamin Netanyahu. N.d.T.)
– qualunque cosa vogliano questi ragazzi, per me va più
che bene.”, ha confessato Robert Bartley, e infatti il giornale
da lui diretto, il Wall Street Journal, pubblica regolarmente articoli
che esaltano le virtù di Israele, esattamente come fanno altre
importanti testate quali il Chicago Sun-Times o il Washington Times. Anche riviste come Commentary, New Republic o Weekly Standard sostengono Israele incondizionatamente.

Editoriali schierati si trovano anche su giornali come il New York Times,
che comunque occasionalmente si azzarda perfino a criticare Israele e
ad ammettere che le lamentele dei palestinesi hanno qualche fondamento,
senza perಠche ciಠlo renda un giornale equidistante.
Nelle sue memorie, l’ex direttore editoriale del NYT Max
Frankel, riconosce l’impatto che hanno avuto sulla sua linea
editoriale le sue personali convinzioni: “Sono stato molto
più profondamente legato ad Israele di quanto non abbia il
coraggio di ammettere…Corroborato dalla mia conoscenza della
situazione israeliana e dalle mie amicizie in quel paese, ho scritto io
stesso la maggior parte dei nostri editoriali sul Medio Oriente, e come
molti lettori, sia arabi che ebrei, hanno notato, li ho scritti da una
prospettiva decisamente filo-israeliana.”

Le inchieste giornalistiche sono invece, per forza di cose, molto
più obiettive, non solo perchà© i reporter si sforzano di
esserlo, ma anche perch੠ਠdifficile descrivere gli
eventi nei Territori Occupati senza riconoscere le
responsabilità  delle azioni israeliane. Per scoraggiare
inchieste scomode, la Lobby organizza massicce campagne di invio di
lettere, manifestazioni e boicottaggi nei confronti di canali
informativi il cui contenuto ਠconsiderato anti-israeliano. Un
dirigente della CNN ha raccontato che più di una volta gli
ਠcapitato di ricevere oltre 6000 mail in un solo giorno, da
parte di persone scontente per un servizio andato in onda. Nel maggio
2003, la filo-israeliana Committee for Accurate Middle East Reporting
in America (Commissione per un’Accurata Informazione sul Medio
Oriente – CAMERA) organizzಠin 33 città ,
manifestazioni davanti alle stazioni della National Public Radio (NPR):
cercava di persuadere la gente a non versare più i contributi
alla NPR fino a quando i suoi servizi dal Medio Oriente non fossero
diventati più indulgenti nei confronti di Israele. A quel che si
dice, la stazione NPR di Boston, la WBUR, perse più di un
milione di dollari di sovvenzioni a causa di quelle manifestazioni.
Ulteriori pressioni sulla NPR arrivano dagli amici di Israele al
Congresso, i quali hanno richiesto una maggiore accuratezza e una
verifica interna riguardo ai servizi dal Medio Oriente.

Il punto di vista israeliano oggi domina anche nei “think tank” (lett.
“serbatoio di idee”, l’espressione indica gruppi di
ricerca o luoghi di pensiero che riuniscono intellettuali e
professionisti di vari settori al fine di indirizzare o dettare linee
politiche, economiche o scientifiche. N.d.T.), che giocano un ruolo
fondamentale nel plasmare l’opinione pubblica. La Lobby ha creato
un suo personale think tank nel 1985, quando Martin Indyk
contribuଠa fondare il WINEP. Nonostante il WINEP tenda a
minimizzare i propri legami con Israele, dichiarando di fornire una
visione “equilibrata e realistica” sulla questione
mediorientale, ਠstato fondato e guidato da persone fortemente
impegnate a promuovere i programmi di Israele.

L’influenza della Lobby si estende tuttavia ben oltre il WINEP.
Negli ultimi 25 anni, forze filo-israeliane hanno preso possesso di
organizzazioni come l’American Enterprise Institute, il Brookings
Institution, il Center for Security Policy, il Foreign Policy Research
Institute, l’Heritage Foundation, l’Hudson Institute,
l’Institute for Foreign Policy Analysis e il Jewish Institute for
National Security Affairs (JINSA). In tutte queste istituzioni sono
presenti pochissimi critici, se non nessuno, che dissentono sul
sostegno degli Usa ad Israele.

Prendiamo ad esempio il Brookings Institution (un centro studi vicino ai Democratici. N.d.T.).
Per molti anni, il suo maggiore esperto di Medio Oriente ਠstato
William Quandt, ex funzionario dell’NSC (Consiglio della
Sicurezza Nazionale) con una meritata reputazione di grande equilibrio.
Oggi le inchieste del Brookings vengono condotte attraverso il Centro
Saban per gli Studi sul Medio Oriente, un centro finanziato da Haim
Saban, uomo d’affari israelo-statunitense e fervente sionista. Il
direttore del centro ਠl’ubiquo e onnipresente Martin
Indyk. Quello che una volta era un’istituzione fuori dal coro,
oggi ਠl’ennesimo sostenitore della politica israeliana.

Dove perಠla Lobby trova una certa difficoltà  a soffocare
il dibattito, ਠnei campus universitari. Negli anni ’90,
mentre il processo di Oslo prendeva l’avvio, esisteva solo un
blando dissenso nei confronti di Israele, dissenso che ਠpoi
cresciuto esponenzialmente in seguito al fallimento di Oslo e
all’arrivo al potere di Sharon, diventando addirittura veemente
quando l’esercito israeliano nella primavera del 2002 ha
rioccupato la Cisgiordania, e ha soffocato in un bagno di sangue la
seconda Intifada.

Lo slogan della Lobby divenne immediatamente “riprendiamoci i
campus”. Spuntarono nuovi gruppi, come Caravan for Democracy, che
portಠrelatori israeliani nei college statunitensi. Iniziarono
ad entrarvi anche associazioni già  esistenti come il Jewish
Council for Public Affairs o Hillel, e venne costituito un nuovo
gruppo, l’Israel on Campus Coalition, per coordinare le varie
associazioni che cercavano di imporre la questione israeliana. Infine,
l’AIPAC triplicಠi fondi destinati al monitoraggio delle
attività  universitarie, e alla formazione di giovani
sostenitori, in modo da “espandere considerevolmente il numero di
studenti nei campus…mettendo in atto un’operazione
filo-israeliana a livello nazionale.”

La Lobby controlla perfino quello che i professori scrivono o
insegnano. Nel settembre 2002, Martin Kramer e Daniel Pipes, due
appassionati neo-conservatori filo-israeliani, crearono un sito (Campus
Watch) che pubblicava dossier su accademici sospetti, e incoraggiava
gli studenti a riferire osservazioni o comportamenti che potevano
considerarsi ostili ad Israele. Questo evidente tentativo di schedatura
e di intimidazione degli studenti, provocಠuna violenta
reazione, e Pipes e Kramer dovettero rimuovere i dossier, ma ancora
oggi il sito invita gli studenti a riferire su eventuali
attività  anti-israeliane.

I gruppi che fanno parte della Lobby, esercitano una pressione
particolare su alcuni accademici e università . La Columbia
ਠstata spesso un bersaglio, certamente a causa della presenza
nella sua facoltà  di Edward Said. Jonathan Cole, il rettore, ha
dichiarato: “Si puಠessere certi che qualunque
dichiarazione pubblica in favore dei palestinesi fatta
dall’eminente critico letterario Edward Said, susciterà 
una valanga di mail, lettere e articoli giornalistici che ci
esorteranno a denunciarlo, a sanzionarlo e perfino a
licenziarlo.” Quando la Columbia assunse lo storico Rashid
Khalidi da Chicago, successe la stessa cosa. Qualche anno dopo,
Princeton considerಠl’ipotesi di strappare Khalidi alla
Columbia, e si trovಠad affrontare il medesimo problema.

Un classico esempio del lavoro di questa sorta di polizia accademica:
verso la fine del 2004, il Progetto David produsse un film che
affermava che membri del programma Studi sul Medio Oriente della
Columbia erano antisemiti e minacciavano studenti ebrei che prendevano
le parti di Israele. La Columbia ricevette una strigliata, ma una
commissione di facoltà  incaricata di condurre un’indagine,
non scoprଠalcuna prova di questo presunto antisemitismo, e
l’unico episodio degno di nota fu quando un professore
“rispose con veemenza” alla domanda di uno studente. La
commissione peraltro scoprଠanche che lo stesso professore era
stato oggetto di una plateale campagna intimidatoria.

L’aspetto forse più disturbante di questa faccenda,
ਠla spinta esercitata dai gruppi ebraici sul Congresso
affinchà© si costituisca un organismo di controllo sui professori
universitari. Se riusciranno a far passare questa proposta, tutte le
università  ritenute colpevoli di una condotta anti-israeliana
potrebbero perdere i fondi federali. Ciಠnon ਠancora
avvenuto, ma ਠun’indicazione di quanto sia importante il
problema del controllo. Un gruppo di filantropi ebrei ha recentemente
dato il via ad un programma di Studi su Israele (come se non bastassero
i circa 130 programmi analoghi già  esistenti) cosଠda
aumentare il numero di studenti filo-israeliani nei campus. Nel maggio
2003, la New York University ha annunciato l’istituzione del Taub
Center for Israel Studies; la stessa cosa hanno fatto Berkeley,
Brandeis ed Emory. I dirigenti universitari enfatizzano il valore
pedagogico di questi studi, ma la verità  à¨ che essi
servono solo a promuovere l’immagine di Israele. Fred Laffer,
capo della Taub Foundation, chiarisce che la sua fondazione ha
finanziato il centro della NYU per contrastare il “punto di vista
arabo [sic]”, a suo dire predominante nei programmi di studio sul
Medio Oriente della NYU.

Nessuna discussione sulla Lobby sarebbe completa senza prendere in
esame una delle sue armi più potenti: l’accusa di
antisemitismo. Chiunque osi criticare le azioni di Israele o sostenere
che i gruppi ebraici influenzano significativamente la politica
mediorientale degli Stati Uniti – un’influenza peraltro
sbandierata dall’AIPAC – ha ottime probabilità  di
essere tacciato di antisemitismo. Anzi, basta semplicemente dichiarare
che una Lobby Ebraica esiste, per venire travolti dalla medesima
accusa, nonostante gli stessi media Israeliani parlino apertamente di
una Lobby Ebraica negli Stati Uniti. In parole povere, la Lobby, prima
si vanta del suo potere, e poi attacca chiunque richiami
l’attenzione su di essa. Naturalmente ਠuna tattica molto
efficace, perchਠa nessuno piace sentirsi accusare di essere
antisemita..

Gli europei sono sempre stati molto più propensi a criticare la
politica di Israele, tanto che si parla di una recrudescenza di
antisemitismo in Europa. All’inizio del 2004,
l’ambasciatore Usa all’Unione Europea ha detto:
“Stiamo tornando al punto in cui eravamo negli anni 30.”
Misurare l’antisemitismo non ਠuna cosa semplice, ma molti
indizi puntano decisamente nella direzione opposta. Nella primavera del
2004, quando le voci di un antisemitismo europeo giunsero negli Stati
Uniti, ricerche separate condotte sull’opinione pubblica europea
da organismi statunitensi come la Lega Anti-Diffamazione e il Pew
Research Center for the People and the Press (uno dei più prestigiosi istituti demoscopici Usa. N.d.T.),
hanno rilevato che l’antisemitismo ਠin declino. Per fare
un paragone, negli anni ’30, non solo l’antisemitismo era
un sentimento diffuso fra gli europei di tutte le classi sociali, ma
anche considerato tutto sommato accettabile.

La Lobby e i suoi amici dipingono spesso la Francia come il più
antisemita fra i paesi europei, anche se nel 2003, il capo della
comunità  ebraica francese dichiarಠche “la Francia
non ਠpiù antisemita degli Stati Uniti.” Secondo un
recente articolo apparso sull’Ha’aretz,
la polizia francese ha riferito che nel 2005 i crimini di matrice
antisemita sono calati di quasi il 50 per cento, e questo nonostante in
Francia viva la più grande comunità  musulmana
d’Europa. Inoltre, quando il mese scorso a Parigi, un ebreo
francese ਠstato ucciso da una banda di islamici, decine di
migliaia di persone si sono riversate nelle strade per manifestare
contro l’antisemitismo. Sia Jacques Chirac che Dominique de
Villepin hanno assistito ai funerali della vittima per testimoniare la
loro solidarietà .

Nessuno vuole negare il fatto che esista l’antisemitismo fra i
musulmani europei, in parte provocato dalla violenza di Israele nei
confronti dei palestinesi, e in parte puramente razzista, ma à¨
una cosa talmente diversa, da rendere assurdi i paragoni fra
l’Europa di oggi e quella degli anni trenta. E’
d’altra parte innegabile che ci sia ancora un certo numero di
violenti antisemiti autoctoni in Europa (cosଠcome ci sono negli
Stati Uniti), ma sono pochi, e le loro idee vengono stigmatizzate dalla
larga maggioranza degli europei.

I difensori di Israele, se spinti a fornire qualcosa di più di
semplici asserzioni, sostengono che c’ਠun “nuovo
antisemitismo”, che va di pari passo con l’ostilità 
politica nei confronti di Israele. In altre parole, criticare la
politica di Israele fa di una persona un antisemita per definizione.
Quando il sinodo della Chiesa d’Inghilterra ha di recente votato
un documento in cui si decideva di disinvestire dalla Caterpillar Inc. (alla
fine del 2004, la Chiesa d’Inghilterra possedeva azioni della
Caterpillar per un valore di 2,2 milioni di sterline. N.d.T.),
responsabile di produrre i bulldozer usati da Israele per demolire le
abitazioni dei palestinesi, il Rabbino Capo ha avvertito che cià²
“avrebbe avuto ripercussioni molto negative sulle relazioni fra
ebrei e cristiani in Gran Bretagna.”, e il Rabbino Tony Bayfield,
capo del movimento riformista, ha dichiarato: “Esiste un evidente
problema: un sentimento anti-Sionista – che rasenta
l’antisemitismo – sta emergendo e prendendo piede, perfino
nel cuore della Chiesa.” In realtà , l’unica colpa
della Chiesa ਠquella di protestare contro la politica di
Israele.

Chi critica viene anche accusato di voler tenere Israele su un basso
livello qualitativo di vita, e di mettere in discussione perfino il suo
stesso diritto di esistere, ma anche queste sono accuse campate in
aria. Gli oppositori occidentali di Israele non hanno la minima
intenzione di negargli questo diritto, si limitano a criticare il suo
comportamento verso i palestinesi, cosa che fanno anche gli stessi
israeliani. Queste critiche non possono nemmeno considerarsi inique. Il
trattamento nei confronti dei palestinesi suscita critiche
perch੠ਠcontrario al concetto universale di
“diritti umani”, alle leggi internazionali e al principio
di auto-determinazione dei popoli, e da questi punti di vista non
ਠcerto l’unico paese al mondo ad essere osteggiato”.

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